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Due capitoli “barocchi” (prima parte)

Manzoni fa “lo sgambetto” all’anonimo nei capitoli XVIII e XIX

 

 

 

Il Seicento, ne i Promessi sposi, non è solo un’ambientazione di comodo: l’intero romanzo ne è intriso e l’ironia manzoniana ne fa uno strale verso il governo del nulla, verso l’acquiescenza  docile alle autorità, verso il fumo senza arrosto.

Vi riporto in parte  un interessante  intervento di Salvatore Nigro sul doppiogiochismo manzoniano nei confronti dell’anonimo e del suo secolo (presentato il 17 marzo nell’ambito del ciclo milanese di letture Questo matrimonio non s’ha da fare e riprodotto sul domenicale de Il sole 24 ore) che ha il pregio di offrire un nuovo sguardo prospettico ai capitoli “barocchi” del romanzo.

“Ha un gran traffico da gestire, Manzoni, nei capitoli XVIII e XIX dei Promessi sposi: è tutta una corrispondenza da smistare, tra un treno che arriva e un treno che parte, mentre messi, ambasciatori ed espressi corrono trafelati con in mano dispacci, lettere e plichi.

In un campo sempre pi surriscaldato e incendioso, nel quale tutti hanno in mente una “guerra aperta” da vincere; un’Elena da recuperare; una Ilio da bruciare. La vocazione è all’eccesso. Copertamente e birbonamente latina. Secondo un crescendo che minaccia di dare più vasto passaggio ai guai e giustificazioni “retoriche” di volta in volta più autorevoli; a partire da un rurale semenzaio, che il suo disordine pretende di strutturare in plautini montes mali; fino a rischiare le vette di conflagrazione di una erasmiana Ilias malorum, se provvidi e tempestivi non intervengono, a smorzare il grande incendio, gli amorevoli per quanto pericolosi remedia di un qualche novello Ovidio.

La scena si apre con un treno di birri, capeggiato da un notaio e da un console, che fa irruzione nella casa deserta di Renzo e la mette a soqquadro, manco fosse una città presa d’assalto. Si chiude con un treno di bravi a piedi, al seguito di don Rodrigo, che,  a cavallo,  si reca dall’Innominato: vuole infatti uscire dal suo inferno di dannato dantesco, tormentato da un nuovo impedimento enuovi dispiaceri e va a chiedere il soccorso della mano, lunga e insanguinata dell’unico tiranno capace di espugnare il convento di Monza che nasconde la fuggitiva Lucia.

Entro questa (omerica) cornice bellamente istoriata, si staglia il ritratto a due delle canizie in conversazione: del conte zio del Consiglio Segreto e del padre provinciale dei Cappuccini, che a Milano si sono appartati in diplomatico parlamento e in politica consulta; mentre non si è ancora spento il brusio di un banchetto che, attorno alle due potestà, ha riunito lo stato maggiore della famiglia di don Rodrigo insieme a un codazzo di clienti.

E se i parenti sono usciti dalla quadreria antica del palazzo di provincia, urbani, in apparenza, nella recita di superiorità e di potenza che traduce la promessa di terrore degli antenati; i clienti a loro volta replicano i convitati oscuri dei banchetti di don Rodrigo e sono la reincarnazione delle ombre del convito di Nasidieno nelle Satire di Orazio. Dal latino non si esce. Neppure nel caso del conte zio che (virgilianamente) tutto può perché sembra che possa.