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Due capitoli “barocchi” (seconda parte)

Manzoni fa “lo sgambetto” all’anonimo nei capitoli XVIII e XIX

 

 

 

Tra i tanti che metton mano (e persino unghie) negli affari imbrogliati di   questi capitoli c’è persino Manzoni,  che dice di riscrivere il romanzo dell’anonimo del Seicento; e che si ritrova in un ingorgo barocco. Di situazione. E di linguaggio. Tutto sembra essere una cosa, ed è una cosa diversa. Tutti parlano una lingua che è un parlare ambiguo e un tacere significativo. Cambiano senso con il cambiare delle tattiche, in una diffusa strategia, fondata sul falso scopo.

Se il conte Attilio dice che il conte zio è un protettor naturale di don Rodrigo, è una lusinga che impegna a dirigere e sostenere il rampollo scapestrato. Ma se dice che fra Cristoforo protegge e dirige Lucia, ha cambiato vocabolario. Ha adottato quello di don Giovanni. Ovvero di don Rodrigo, che al verbo (in esso voluttuoso) assegna Lucia come complemento oggetto e come preda. Attilio vuole insinuare che il padre ha reso cornuto Renzo. Lo dice e non lo dice. L’appellativo non lo pronuncia. Lo sottintende, sospendendo la voce “La voleva maritare assolutamente, la sua protetta e aveva trovato il…l’uomo”.

Quando però il conte zio si impegna a convincere il padre provinciale ad allontanare da Pescarenico lo scomodo fra Cristoforo, torna anche lui sulla protezione. Ma la parola la sfoglia sul vocabolario della politica. Il frate proteggeva un uomo: non il cornuto, ma un sovversivo accusato anche di essere spia ed eissario dello straniero. Fra Cristoforo è diventato il fiancheggiatore di un terrorista.

Manzoni si sente costretto, a questo punto, a dare mano all’ordine, e al controllo. E si presenta al lettore non, come fa altre volte, con questo manoscritto davanti, con una penna in mano, ma co’ fatti alla mano, come si suol dire.

L’autoritratto con penna in mano è una stoccata a Cervantes che, nella prefazione al Chisciotte, si lascia sorprendere con la carta davanti, la penna dietro l’orecchio. Manzoni è di maniere italiane. Le penne all’orecchio le portano i sensali, per Franco Sacchetti; o i famigli, per Stefano Guazzo.

E monsignor della Casa ha espressamente sconsigliato agli scrittori di farsi vedere con la penna nell’orecchio. L’autoritratto coi fatti alla mano è invece in chiave antianonimo. E’ introdotto per trovare un bandolo e una chiave nel racconto dell’anonimo barocco, che ha un suo doppio nel conte zio. Quest’ultimo parla schiettamente, da buon amico, come l’anonimo scrive di tutto un racconto schietto e genuino; e da amico di Renzo. Da amico matricolato alla verifica; falso e traditore.

Manzoni rilegge in contropelo, con i fatti alla mano, l’Iliade dell’ingiusta giustizia e della persecuzione canagliesca. E prende in contropiede il baroccheggiar dell’anonimo.

Il barocco anonimo del manoscritto ha dato attendibilità storica alla figura inventata del conte zio. Si è servito di un’autentica lettera di Fabio testi per raccontare la gita a Madrid del personaggio. E, per caratterizzarlo, ha paragonato la sua affettazione, in fatto di potere, al credito che certe iscrizioni arabe conferiscono alle scatole di pura apparenza allineate in qualche bottega di speziale. Il paragone ha una sua legittimità letteraria. E’ autorizzato da Garzoni e da Aretino. E poi dalla romanzeria barocca, dal Corriero svaligiato di FerranteBuonavicini, al Cane di Diogene di Frugoni.

Manzoni ne può seguire la fortuna letteraria fino alla settecentesca Gazzetta Veneta di Gasparo Gozzi. E tuttavia, trascrivendo dall’anonimo, inocula nel paragone un contravveleno distillato dalla stessa letteratura barocca.

Tra le righe, negli spazi tra parola e parola, lascia leggere la satira di Ferrante Pallavicino: questa è miseria propria dei nostri secoli, ne’ quali azzioni poco buone, per non dir malvagie de’ personaggi più riguardevoli, necessitano la grandezza umana al raffigurarsi in una speziaria fallita, in cui ciò che v’è di più bello sono i soprascritti delle scatole.

E ripassa il colloquio tutto fra il conte zio e il padre provinciale su una pagina del Secolo di Luigi  XIV  di Voltaire”I colloqui durarono quattro mesi: Mazzarino e don Luis de Haro vi spiegarono tutta la loro politica, quella del cardinale consisteva nell’astuzia, quella di don Luis nella tergiversazione: questi non si pronunciava mai a parole, quello ne pronunciava sempre di equivoche. Il genio del ministro italiano stava nell’operar di sorpresa, quello dello spagnolo nel non lasciarsi mai sorprendere”

Certo. Manzoni è un gran teatrante. Inventa il personaggio dell’anonimo. Lo butta sul palco. E gli fa lo sgambetto, a scena aperta