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Camilleri “privo di titolo”

Una vicenda incredibile, ma vera

Ma che titolo è Privo di titolo?!

Un gioco di parole troppo semplice accompagna il nuovo romanzo di Andrea Camilleri. Se ad essere privo di titolo è il rissoso giovanotto sulla cui morte la pletora fascista ha ricamato tanto da farne un martire, non si può negare che anche l’ultima fatica del popolare autore siciliano abbia un che di indefinito, di non concluso, di lavorio in fieri.

Camilleri ha rintuzzato le armi che gli sono proprie, fondendole in maniera incisiva, anche se caotica: ricordi di infanzia (come ne Il gioco della mosca), dissoluzione del narratore attraverso la sovrapposizione di documenti ufficiali e ufficiosi (come, con risultati più convincenti, ne La scomparsa di Patò), smitizzazione del fascismo (come in la presa di Macallè), vedove allegre e anziane maestre, nel corpo handicappate e nella mente lucidissime (come nel ciclo di Montalbano), incomprensioni tra polizia e carabinieri (come in La concessione del telefono) etc.

Eppure, questo non è un libro d’attesa; si sente, come ormai da qualche tempo, che una insoddisfazione politica e sociale muove la penna dello scrittore: la proverbiale ironia che lo ha reso famoso compare in rari ed indimenticabili squarci, ma non permea l’intero romanzo, come se fosse soffocata dall’angoscia di (ri)vivere situazioni che la Storia sembrava avere archiviato per sempre.

Ancora una volta, il protagonista è il fascismo, con quella violenza fatta di manganello e olio di ricino, prima, e di minacce e ritorsioni ipocrite poi.

C’è una rissa in paese, voluta e suscitata dalla gioventù bruciata dell’epoca, che si disse fascista per avvalorare il proprio ferino impulso alla violenza. Uno dei più facinorosi, Gigino Gattuso, viene ucciso: la sua morte è salutata come un martirio e il delinquente diventa eroe, il vero assassino viene protetto, un innocente, un comunista, viene incolpato dell’omicidio e alla verità nessuno pare interessato, né la polizia né il governo né la cittadinanza, tesi tutti ad inchinarsi ad una interpretazione di comodo.

Non c’è nessun Montalbano, stavolta, nessun eroe pronto a rischiare carriera e vita per il trionfo della giustizia: l’azione corre stanca, rassegnata, mal fusa con l’altro filone del romanzo, che narra la visita di Mussolini in Sicilia e la creazione di una città fantasma a lui intitolata e mai esistita, Mussolinia.

E tutto è vero. Quello che sembrava grottesco è confermato dalle fonti, quello che sembrava esagerato è testualmente riprodotto!

Lo stesso Camilleri, a conclusione del romanzo, chioserà la vicenda con queste amare parole in perfetto italiano: “Gigino fu il protomartire (tanti altri ne avremmo visti negli anni a venire) di una realtà stracangiata con violenza dalla volontà politica, dalla cosiddetta opinione pubblica orientata dal potere. Sulla morte di Gigino Gattuso, e proprio senza nessun rispetto per la sua morte, venne costruita una solenne mistificazione che sostituiva la realtà con una realtà virtuale, inesistente”

Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti nella nostra brancaleonesca spedizione in Iraq non mi sembra per niente casuale.