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Una Augusteide fallita

Potere e cultura: un’accoppiata vincente

Controllare la stampa per manipolare le coscienze: da sempre, la connivenza con gli intellettuali è stata cercata e incoraggiata dal potere. L’opinione pubblica, come dimostra oggi il proliferare degli opinion leaders da salotto, ha bisogno di essere imbrigliata e guidata.

Saper trasformare ogni sconfitta in un successo ed ogni successo in un evento mediatico diventa, così, la chiave di volta per conquistare il cuore delle masse.

Lo sapeva Alessandro Magno, che ai soldati affiancò gli scrittori nella marcia a tappe forzate che lo rese padrone del mondo. Lo sapeva Cesare, che si improvvisò scrittore per tramandare le sue gesta. Lo saprà, meglio di tutti, Augusto che creerà attorno alla figura di Mecenate una fucina per il consenso popolare.

Virgilio visse in uno di quei rari momenti della storia dell’umanità in cui si creano cordate di pensiero eccezionali e i poeti vengono incoraggiati, stimati, quasi deificati. Se nascesse oggi, lo troveremmo forse a far code all’ufficio di collocamento, a rispondere ai call center, a perdere entusiasmo e fiato nella granitica apatia di una classe non sua, precariamente reclutato e precariamente retribuito.

Ma allora c’era Augusto! Ed ecco fioccare sui letterati prebende, regalie, commissioni. Ed ecco opere immortali stampate e divulgate, apprezzate e conosciute a memoria da tutti, colti ed incolti.

Ed ecco il provinciale Virgilio invaghirsi del deus che permette al genio di esprimersi, al poeta di vivere.

Ma un giorno, Virgilio venne convocato a palazzo e gli fu richiesta, senza mezzi termini, una Augusteide che celebrasse le gesta del magnanimo benefattore, Augusto, e del suo generoso entourage. Non era una proposta a cui si potesse rispondere di no e Virgilio annuì, forse per vera gratitudine, forse per convenienza, forse per passione.

Il lavoro non ingranava, però. Un dubbio al giorno, una difficoltà irresolubile ad ogni verso:per Ercole, l’impresa si configurava ben più difficile del previsto. Questa apologia, questi intenti laudatori, questa enfasi soffocavano la poesia, rendendola mercenaria; Augusto, più che un dio, sembrava un tiranno fastidioso che piace solo ai suoi lacchè.

Quando Virgilio stava ormai per rinunciare, fu folgorato da una idea geniale: il protagonista non sarebbe stato Augusto, ma tutto lo avrebbe richiamato. Risalendo l’albero genealogico della gens Iulia si arrivava a Iulio, e prima di lui ad Enea, figlio di Venere, nipote di Giove.

In una concezione finalistica della storia, le gesta dell’esule troiano avrebbero preparato il successivo dipanarsi della storia, sempre crescente, sempre migliore, fino alla vetta insuperata, ad Augusto.

L’ Eneide pullula di profezie e le lodi ad Augusto non provengono da un umile poeta mantovano, come sarebbe parso nell’abortita Augusteide, bensì dai grandi indovini, che parlavano su dettatura degli dei.