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Studiare al Vaticano

Un anno di paleografia greca.

 

Permesso di ingresso: gent.ma sig.na Benedetta dott.ssa Colella.

Giravo e rigiravo fra le mani il mio sudato passepartout, mi beavo del pomposo arcaismo di quei titoli con l’euforica sensazione che la mia vita fosse ad una svolta.

Non ero ancora laureata (mancava un mese alla sospirata discussione della tesi) e già ero ammessa a frequentare la scuola di specializzazione più prestigiosa di Europa. Avevo già varcato le porte di piazza sant’Anna quando avevo sostenuto l’esame di ammissione, ma l’agitazione, la consapevolezza cupa di una sconfitta annunciata, l’ansia da prestazione, la folla che si accalcava per sostenere la mia stessa prova non mi avevano permesso di gustare l’atmosfera medievale che aleggia sui visitatori del Vaticano.

Si trattava di riconoscere, tradurre e commentare un brano di autore greco. Quasi in trance individuai l’opera di Platone, cercai di renderla nella maniera più fluida possibile, di ricordare, tra i mille saggi che avevano accompagnato la mia preparazione, quelli più pertinenti, consegnai il mio elaborato e riuscii nel caos di Roma.

A venti giorni di distanza, ripercorrevo, ufficialmente alunna, quelle stesse vie, interdette a molti. Un silenzio composto, ordinato; un pacifico affrettarsi di funzionari; cardinali, vescovi, suore, preti, guardie svizzere con le loro michelangiolesche divise; la Biblioteca Vaticana, scrigno dei più preziosi tesori bibliografici e infine l’Archivio segreto, in cui si sarebbero tenute le lezioni.

Con i miei ventidue anni, ero la più giovane del mio esiguo gruppo classe; quello che non sapevo, lo avrei imparato a mie spese, è che ero anche la più impreparata.

Come può sentirsi una provinciale di L’Aquila nell’ascoltare quel mito vivente di monsignor Paul Canart esortarci, nel suo italiano molto francesizzato, ad individuare la vida? Che cos’era una vida? Erano lettere greche quegli scarabocchi che ci avevano distribuito in fotocopia?

Inutile dirlo, i miei colleghi rispondevano prontamente, decrittavano abbreviazioni arabescate e ardite stilizzazioni, mentre io non riuscivo neppure a portare il segno nella lettura. I libri di testo non erano d’aiuto: si trattava di una bibliografia, che rimandava a tutti gli articoli scritti fino al 1996 sulla paleografia, e delle temibili tavole paleografiche della Follieri, con spiegazione in latino.

Divenni in breve la disperazione di don Pieralli, che curava le esercitazioni, e la mascotte dei colleghi, che trovavano, nelle mie incapacità, una conferma delle loro doti.

Con la paleografia, cominciai a mostrare insofferenza per i riti anacronistici ancora vivi al Vaticano. Guai ad oltrepassare i confini dell’Archivio! Gruppi di guardie erano sempre pronte a sbarrare il passo, criticare, punire l’eccentricità di un vestito, la vistosità di certe mises. Assolutamente proibite scollature, gonne al ginocchio, finanche le maniche corte (e per chi prepara a giugno la tesi finale, con il caldo romano che paralizza i pensieri, essere infagottata nei “vestiti da Vaticano” può essere una forma di tortura). Assolutamente vietato porre domande, chiedere ulteriori spiegazioni alle fumose lezioni a cui, nell’austerità dell’archivio segreto, assistevo senza nessun interesse.

Mentre i miei compagni andavano in visibilio ammirando le preziose miniature dei codici, estratti solo per noi dagli scaffali su cui per decenni avevano preso polvere, io pensavo impertinente che l’oro fuso per impreziosire un manoscritto, l’argento usato come inchiostro e le altre ostentazioni di lusso che eravamo tenuti a studiare avrebbero avuto tante destinazioni migliori.

Fui la prima del mio corso a sostenere l’esame di specializzazione, non per passione ma per esasperazione. E di tutto quel tempo ricordo solo gli occhi che lacrimavano per lo sforzo e per la polvere, il silenzio coatto che pesava addosso come una cappa, il rigore dello studio, la fatica con cui completai le mie tesine e potetti accedere alle prove scritte e a quelle orali.

Bisognava individuare chi, tra migliaia di copisti greci, avesse vergato il manoscritto inedito che avevo sottomano. Unico strumento in ausilio era la raccolta tedesca in tre tomi, Griechischen Copiern, in cui sono riportati, in rigoroso ordine alfabetico, gli specimina delle grafie di tutti i copisti conosciuti. E indovinate chi era il mio copista? Tal maledettissimo Zanetti!

Quanto lavorai quell’anno! Quanto appresi, e quanto ho dimenticato! Eppure, l’ultimo dei corsi Forcom vale, nella valutazione dei titoli, più di questa summa di tutti i saperi del mondo che è il corso post lauream di paleografia greca al Vaticano