La riforma di Eschilo

Un articolo di Vito La Paglia

Quando le città greche dell’antichità si ritrovarono a far fronte comune contro lo strapotere persiano vi furono episodi di grande importanza e alcuni di questi ebbero come protagonisti uomini che sarebbero passati alla storia. Ricordiamo la piana di Maratona, il passo delle Termopili e la battaglia di Salamina e li associamo a grandi personalità: Milziade, lo sfortunato ed eroico Leonida, Temistocle. Ed Eschilo.
In realtà, Eschilo non viene ricordato per gesta eroiche a Maratona e Salmina (dove pure si trovò); questo fu semmai il trattamento riservato a suo fratello Cinegiro, sul conto del quale fiorirono episodi di eroismo probabilmente esagerati. Se Eschilo è passato alla storia, ciò è dovuto più che altro alla sua attività di poeta e drammaturgo, soprattutto perché con lui ebbe inizio un processo di riforma del teatro graduale, ma di dimensioni notevoli. Vediamolo, dunque.
Sappiamo del nostro autore che fu uomo dotato di buona formazione religiosa, iniziato ai sacri misteri di Demetra; e l’impronta religiosa sarà presente, come vedremo, anche nelle tragedie da lui composte.
Benché molte volte premiato nelle gare teatrali (si contano cinquantadue corone tra primi, secondi e terzi posti), di Eschilo ci restano oggi solo sette tragedie in tutto: Le supplici, I persiani, I sette contro Tebe, il Prometeo incatenato e una trilogia (l’unica giuntaci completa) comprendente l’Agamennone, Le coefore e Le Eumenidi; detta trilogia va sotto il nome di Orestiade.
Uno degli elementi fondamentali della riforma teatrale di Eschilo fu sicuramente l’introduzione del secondo attore: tramite questo espediente fu possibile dare alle vicende rappresentate una maggiore dinamicità; inoltre, con Eschilo il coro ottiene maggiore spessore, passando a livello quasi di personaggio, ben oltre la semplice funzione di commentatore avuta in precedenza. È però anche vero che ancora nel teatro di Eschilo il coro è più testimone dei fatti che membro attivo vero e proprio, ma per quei tempi fu comunque una grossa innovazione.
In ordine cronologico, la prima delle tragedie superstiti è Le supplici: è la storia delle cinquanta figlie di Danao, che sbarcano insieme al padre ad Argo supplicando il re Pelasgo di salvarle da altrettanti cugini egiziani che vogliono forzatamente sposarle. Dopo una esitazione dovuta alla necessità di consultarsi col popolo, il re concede esilio alle fanciulle, ma le truppe di Pelasgo dovranno anche tempestivamente intervenire per mettere in fuga i cugini egizi che nel frattempo hanno raggiunto le giovani.
Le supplici era la prima parte di una trilogia: ad essa facevano seguito Gli Egizi e Le Danaidi, due opere entrambe perdute; nella prima i cugini egizi riuscivano a impossessarsi delle figlie di Danao: questi, allora, ordinava alle figlie di uccidere i rispettivi mariti e ciò costituiva la trama delle Danaidi, in cui venivano consumati quarantanove delitti, perché nel frattempo una delle figlie di Danao, innamoratasi del marito, rifiuta di assassinarlo e per questo viene prima imprigionata dal padre furente e infine liberata.
Delle Supplici va detto che si tratta di un’opera dotata di una trama alquanto scarna, e ciò non sorprende dato che Eschilo per quanto bravo non era ancora giunto alla piena maturità artistica. Infatti, un maggiore spessore si nota nei Persiani, opera successiva alla trilogia di cui sopra, rappresentata nel 472 a. C., mentre Le Supplici risale al 490 a. C.
I Persiani descrive la permanenza nella capitale persiana, Susa, di Atossa, madre di Serse, che è rimasta in patria con gli uomini più anziani, mentre l’esercito persiano è andato a muovere guerra ai greci. Atossa narra di un sogno nefasto fatto da lei stessa e subito dopo un messaggero giunge ad annunziare la disfatta dell’armata di Serse. Il coro allora richiama alla memoria il vecchio re Dario, la cui ombra giunge a biasimare il figlio per la sua eccessiva tracotanza e alle parole di Dario si unisce il coro stesso. C’è, nei Persiani, un elemento nuovo: la focalizzazione dell’autore nei confronti degli avvenimenti si esprime mediante la pietà. Eschilo, combattente di Maratona e Salamina, compone un’opera in cui più che al profittarsi del nemico sconfitto assistiamo alla condanna della guerra vista in sé come fonte di barbarie, lungi da ogni visione di gloria e logica di conquista. In questo senso si presenta l’elemento religioso di cui si è parlato più sopra: quest’ultimo è rappresentato dalla giustizia divina che, indossando le vesti della sconfitta militare ha punito gli intenti conquistatori di re Serse.
C’è poi un’altra tragedia di Eschilo che si presta idealmente a sospendere la nostra trattazione: I Sette contro Tebe. Vedremo, infatti, che è possibile, all’interno della produzione di Eschilo operare una settorializzazione che ci guidi nel nostro studio sulle riforme da lui operate. I Sette narra dello scontro tra due dei figli di Edipo, Eteocle e Polinice, che avrebbero dovuto regnare su Tebe a turno, in base a quanto disposto dal padre. Ma allorquando arriva il turno di Polinice, Eteocle rifiuta di cedergli il trono e ne scaturisce una guerra in cui Polinice guida altri sei comandanti stranieri che insieme a lui (donde il titolo) marciano alla conquista della città. Ad essi Eteocle oppone altri sei guerrieri tebani più lui stesso che si scontra col fratello e nel duello i due figli di Edipo si uccidono a vicenda.
Nelle tragedie precedenti, Eschilo si era limitato a narrare dei fatti senza esaltare nessun personaggio in particolare; I Sette è una svolta in questo senso, perché ci offre il personaggio di Eteocle. Si tratta di un vero e proprio carattere, come lo definisce il D’Amico, “…il primo carattere eschileo, tipico eroe e re. È la prima volta che ci incontriamo, nella storia della tragedia, in un protagonista individuale, nel senso moderno della parola” (Silvio D’Amico, Storia del teatro, vol. I, Garzanti, Milano, 1968, 40).
Questo nuovo elemento, unito all’ulteriore aumento di personaggi (con Antigone e Ismene arrivano a cinque), segna una tappa fondamentale nella produzione eschilea.

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