
Le lancette dell’orologio correvano impazzite ben oltre i tempi previsti per il consiglio di classe, ma i rappresentanti dei genitori non accennavano a congedarsi: bisognava ancora stilare il verbale, ricontrollare le schede interquadrimestrali, assolvere a mille altre piccole incombenze e, a qualche metro dal mio liceo, stava discettando sull’Eneide Gian Biagio Conte. Un evento, questo, per la mia città, solitamente negletta dai grandi flussi culturali, soprattutto in campo umanistico.
Avevo però il mio angelo in Paradiso: sapevo che la mia amica Anna Maria Massari, stimata professoressa di latino e greco del liceo Cotugno, stava prendendo appunti anche per noi.
Si ricredano quanti hanno finora sostenuto (come me) che le contraddizioni nell’Eneide siano imputabili all’assenza di una revisione finale e che debbano essere considerate, alla stregua dei versicula metricamente traballanti, imperfezioni mai colmate per la prematura scomparsa di Virgilio.
Secondo Conte, esse sono dovute ad una scelta sapiente del poeta, che, lungi dall’imporre una sola, tirannica impostazione, ha lasciato i suoi lettori liberi di scegliere la strada della clemenza o della violenza, dell’epica o della tragedia.
Per un Anchise che pontifica “Tu regere imperio populos, Romane, memento parcere subiectis et debellare superbos” (ricordati, Romano, di comandare i popoli, di perdonare ai vinti e di schiacciare i superbi), c’è un Enea che, sordo ai lamenti di Turno sconfitto, biecamente lo uccide (immolat, secondo il testo latino, come se si trattasse di un sacrificio rituale simile a quello che coinvolse i figli di Medea).
Per un Giove che procaccia agli uomini pace e giustizia, c’è una Giunone inarrestabile nella sua ira.
Enea è l’uomo pius per eccellenza, ma non sempre la pietas è protetta dalle divinità: nel secondo libro, Troia cade nonostante la sua ortodossia religiosa, mentre trionfa l’empio furor di un Pirro.
Ad una percezione del mondo ottimistica e positiva si oppongono, a volte, i tratti crudeli e disperati della tragedia. L’esempio più efficace di questo fosco connubio sta nella figura di Didone, mutuata, secondo Conte, sulla falsariga dell’Aiace sofocleo, a cui è accomunabile non solo per l’incapacità di sostenere la vergogna di aver assunto, seppur per l’influsso degli dei, comportamenti non in linea con la dignità eroica (Aiace facendo strage di greggi, Didone donando il suo cuore e il suo regno a chi l’avrebbe abbandonata), ma anche per diverse coincidenze strutturali.
Intenzionati entrambi a placare con il suicidio il proprio dolore, sono costretti ad ingannare persone care (la moglie Tecmessa nel testo greco, la sorella Anna nell’Eneide); l’uno e l’altro si servono delle armi di un nemico (la spada di Ettore per l’uno, quella di Enea per l’altra. Se si considera la scelta dell’arma una formula apotropaica legata alla virilità di Enea a cui Didone sacrificò il proprio onore, ecco che strumenti del suicidio divengono proprio gli elementi che causarono desiderio e pazzia nelle vittime); ambedue invocano divinità vendicatrici (le Erinni per Aiace, un vendicatore che preannuncia Annibale per Didone). Non a caso, nel sesto libro, la regina punica non rivolgerà la parola all’artefice del suo dolore come Aiace aveva sdegnato Odisseo in viaggio nel regno dei morti.
Virgilio, in conclusione, non poteva rifiutare la lezione dei tragici; per questo, impronta la sua opera ad una duplicità che garantisca la commozione, synpatheia, catartica del dramma e insieme il finalismo ottimistico dell’epica: ogni valore propugnato può così essere inficiato dalla mancanza di un altro valore. Sta al lettore scegliere una chiave interpretativa che soddisfi di volta in volta la sete di giustizia o l’anelito alla bontà.

Benedetta Colella








