
Pur senza raggiungere i vertici lirici di Saffo e Catullo, ciascuno di noi ha sperimentato il mal d’amore: la gola che si fa riarsa, il cuore che batte impazzito, la pelle che scolora, il fiato più corto, la voce incontrollabilmente fievole o stridula. E lo sgomento, l’attesa di qualcosa di indefinito, l’insoddisfazione, l’incapacità di concentrarsi, la voglia di piangere e la risata isterica.
D’amore, soprattutto del primo amore, ci si ammala. Ma non ci sono medicine da sorseggiare o medici da contattare o ospedali in cui sentirsi protette: è un rovello intimo, facilmente interpretabile dagli altri come abulia, stress, depressione.
La letteratura greca ci regala una grande malata d’amore, Fedra.
Nei versi 197/267 dell’Ippolito, troviamo una giovane donna smaniosa, in preda ad una brama ipercinetica: langue a letto, ma sogna acqua fresca, alberi ombrosi e prati, montagne su cui correre fino alla spossatezza, fino a che la stanchezza cancelli anche il dolore per un sentimento percepito come peccaminoso.
La nutrice legge, nell’improvviso attivismo della sua languida signora, una brama sconvolgente: che la si attribuisca ad un dio, ci ha insegnato Dodds, è del tutto normale in un mondo che non riconosce la vita psichica e assegna ogni sentimento a fattori esogeni.
Ma di cosa si lamenta Fedra? Turato sostiene che il suo pianto sia per l’innocenza corrotta, la purezza sporcata dal desiderio incestuoso e cercata di nuovo nel contatto con la natura. Ma Ippolito, il figliastro amato, l’ingiusto censore di Afrodite, è immerso nell’elemento naturale, mentre la sua matrigna è donna di corte. Avrà dunque ragione Paduano, quando parla di una confessione traslata, di un’allegoria, di una sorta di metonimia tra l’uomo amato e l’ambiente in cui vive?
Del resto, il delirio rompe un silenzio (sighè) che si protraeva da tre giorni. Fedra rivive così la parabola umana, che dal periodo prelinguistico è progredita verso la razionalità (seguirà infatti una lucidissima rhesis) passando per le pulsioni ferine, irrazionali, primitive.
Fedra sente attorno a sé la contaminazione del peccato (miasma), non certo per un adulterio che non commetterà mai, ma per la sconvenienza sociale dei suoi desideri. La situazione è specularmente opposta a quella dell’Edipo Re, in cui un incesto esiste, ma non è consapevole.
La nutrice, meno inserita nella società, rivendica per la sua protetta il diritto di vivere la propria passione. Ancora una volta nomos e physis si contrastano, ma Euripide non è Sofocle, conosce la Sofistica e attribuirà alla protagonista gli scrupoli sociali che, nell’Antigone, avevano caratterizzato Creonte.

Benedetta Colella








