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L’investigatore Dante Alighieri

Giulio Leoni e il suo ciclo di delitti.

Dan Brown ha fatto scuola, insegnando che, sotto la finzione letteraria, si possono istillare i dubbi più sottili, con spregio delle contingenze spaziotemporali su cui si coordinano gli avvenimenti narrati.

Ne I delitti del mosaico, Giulio Leoni riprende Il codici da Vinci così da vicino che si potrebbe parlare di parodia.

Incuriosisce ed attrae, nel libro, la presenza di un investigatore di eccezione, Dante Alighieri, priore di Firenze, tratteggiato caricaturizzando quei difetti di supponenza, iracondia, superbia di cui il poeta si fa carico nella Divina Commedia.

Anche molte risposte argute sono parafrasate dal divino poema, in un gioco di allusioni e rimandi che coinvolge il lettore più scaltrito senza nulla togliere alla leggibilità del romanzo. La fantasia di Leoni è popolata di quei protagonisti della Firenze di Dante (Cecco Angiolieri, Corso Donati, Cecco d’Ascoli e molti altri), che vivono ed interagiscono in un mondo ammantato di mistero.

Il Medioevo, ancora soffocato da una concezione esclusiva della religione, era intriso, infatti, di spunti misterici: l’allegoria era nascosta in ogni simbolo e doveva essere decrittata con grande dispiego di energia mentale, si cercava un’alternativa al malgoverno papale senza scantonare mai dalle Sacre scritture, si inseguiva di volta in volta la pietra filosofale (nel romanzo, la trasformazione di rame in oro è ipotizzata al termine di un processo in cinque tappe), il valore del Pentacolo (che già nel precedente browniano aveva guidato gli invistigatori verso la sconcertante conclusione), la nomea dei Templari, la discendenza segreta di Federico II (che fa il paio con l’identificazione di una pronipote di Gesù e Maria Maddalena nel bestseller americano).

Questi simboli si rincorrono e si sovrappongono nella mente di un Dante incline pericolosamente alla lussuria, all’alcool, addirittura ad una farmacopea che ha molti punti di contatto con la droga tout court.

E’ già in libreria I delitti della luce, in cui, cavalcando l’onda del suo primo successo, Leoni ripropone il priorato di Dante come occasione per un tuffo nel passato. Non lo leggerò. La cultura dell’autore è sicuramente degna di nota, i risultati sono forse piacevoli, ma ritengo che i classici siano affascinanti anche senza intorpidirli con strane suggestioni e macabri rituali.