Gemelli diversi

Eteocle e Polinice nei Sette contro Tebe

Radici profondissime rendono inestirpabile l’odio tra i figli di Edipo: Eteocle e Polinice, nati da una nonna, figli di un fratello, hanno nel sangue il miasma, il peccato originale che intossicherà le loro coscienze fino al dramma finale.

Due fratelli che la vergogna e la disgrazia avrebbero potuto unire diventano avversari, legati, questo sì, da un odio atavico e inestinguibile. Le cause? Certo non la maledizione scagliata dal padre, insoddisfatto della porzione di cibo ricevuta da loro, come farebbe intendere, en passant, il coro dei Sette contro Tebe.

L’anatema di un genitore contro figli degeneri è una costante eschilea, come ben sa Oreste, condannato dal suo autore a vivere tra gli oneri pressanti e opposti di vendicare il padre e proteggere la madre assassina.

Ma c’è dell’altro.

C’è il ribrezzo di sé che si concretizza addosso a chi esibisce le proprie stesse fattezze, c’è la volontà degli dei, arcana e implacabile, c’è la smania di potere, che porta alla stasis, alla guerra civile di cui due gemelli sono emblema estremo.

Eschilo, nel far fronteggiare i nemici, non si pone questioni di ordine morale. Non individua un buono ed un cattivo, tratteggiando invece due eroi disperati ed appassionati, entrambi nel giusto quando reclamano il proprio potere (almeno per quanto traluce nei Sette contro Tebe, che era l’ultima opera della trilogia. Nulla esclude che nel perduto Edipo eschileo la colpa del primogenito fosse condannata in maniera netta ed inequivocabile, come molti critici sostengono).

Eteocle rivendica la propria primogenitura ed è presentato come un sovrano saggio, attivo nella difesa della propria città. Polinice non è cosi un tirannicida, ma un uomo che lotta per il riconoscimento del diritto di nascita e del patto di alternanza al potere stipulato con il fratello.

Nella prima parte del dramma, dunque, sono personaggi epici, dediti alla difesa coraggiosa del proprio onore e della propria patria. Diventano eroi tragici solo alla metà dell’opera quando Eteocle scorge il fratello e, come per una visione, capisce tutto: la volontà degli dei, la maledizione della razza, la necessità della morte.

Lo Spannung risiede a mio avviso in questa dolente esclamazione di Eteocle (vv.653/655): “oh stirpe nostra, furente per causa degli dei e dagli dei molto odiata, o stirpe nostra del tutto lacrimevole, ohimè, ecco che ora si compiono le maledizioni del padre”.

La fine luttuosa, da questo momento in poi, diventa ineluttabile.

Save n'Keep

Bookmark condivisi e privati.

Con Save n' Keep ora è possibile!