
Un verso, una folgorazione.
Ed ecco Saffo rivivere ogni volta che qualcuno legge in versi gli aneliti del suo animo. Se un grande scrittore come Grytzko Mascioni incontra le poesie del cigno di Lesbo, il connubio non sarà una semplice biografia, ma una trascrizione delle sue pulsioni spirituali, lirica e profonda, in cui il vero storico e quello letterario si fondono in un abbraccio inestricabile.
Saffo di Lesbo, l’opera con cui Mascioni si è aggiudicato il premio Comisso- Treviso per la biografia, non è di facile lettura: la vita di una donna eccezionale nello spirito e nel vigore non può essere penetrata con un lessico quotidiano: la purezza dei sentimenti che vivono nella sua opera si assapora solo attraverso il ricorso ad un linguaggio altrettanto nobile, volutamente esoterico.
L’autore si rivolge direttamente a Saffo, apostrofandola come interlocutrice muta e partecipe. Sullo sfondo, riempie la scena Afrodite, la dea potentissima a cui Saffo consacrò la vita e affidò la propria felicità.
Trascrivendola dall’edizione Bompiani, riporto la descrizione epifanica dell’amore e di Venere che lo incarna. Ci si accorgerà subito che Mascioni, qui, non vuole tanto preludere mitologicamente ad una dea, ma inchinarsi alla potenza generatrice del mondo. Il suo incipit, quindi, ha lo stesso valore dell’Alma Venus lucreziana e si innalza non come saggio, ma come preghiera.
Nata dai vortici schiumosi dell’acqua marina e dallo sperma volante del Cielo, da una dolorosa e sanguinosa irruenza troncata dalla falce di Crono, ma che sfiniva in estasi, nell’equorea deriva egea, sulla rotta che porta da Citera a Cipro (sino al verdeggiante patio chiuso dai sacri recinti di Pafo) era la dea, l’unica vera dea, di Saffo. Lancinante bellezza che spezza il cuore e insieme gioia che spesso si involve in tormento: Afrodite.
Colei che senza requie smuove il bene e il male del tutto, che folgora con occhio bruno e trafigge l’opaca inconsistenza quotidiana- l’insipiente apatia o il torbido rituale burocratico/esistenziale- di ogni vita (se “vita” senza di lei può dirsi) vegetale, animale, umana: per sostanziarla di sé –per accendervi il fuoco di un significato. Che resta tale anche quando si è fatto soltanto memoria estrema di sepolta brace; o che è già fiamma timida quando, ancora, in un’indistinta attesa, appena se ne avverte il primo, inquieto trepidare.
Era (lo è ancora? Lo sarà per sempre, sino al giorno in cui il friabile sempre degli uomini durerà?) ciò che dà il solo possibile senso all’insensata guerra e alla precaria pace: ciò che ad uso di Omero innescò le trame corrusche e le morbide pause della spedizione, distruzione e strage di Ilio/ Troia. Che inventò l’abbraccio vincolante di Circe, il sogguardare oblioso di Calipso, il trepidare urgente di Nausicaa. Nerbo della vendetta di Medea e della ferocia di Clitennestra, amaro sale della pazienza di Penelope e del lutto di Andromaca, pruriginosa spezia del delirio di Fedra o del lamento di Cassandra. Fulgore invitto di superba cagna: che intrise di charme la forma perfetta di Elena, sposa sgualdrina.
Era Afrodite, insomma, ciò che illuminando con la realtà sensibile del mito la transeunte irrealtà della nostra vita, offrendole effimero ma sanguigno e storico corpo, per grazia e disgrazia della ragazza Saffo (finchè, crescendo fino a farsi donna e quindi consumandosi, resse al suo esigente e divino, troppo divino, diktat) ne alimentò i deliqui dolcissimi e le esaltazioni stordite, come il più solitario e anvinghiante strazio. Mescolandovi ira, invidia e gelosia: al punto che su tale smagliante e sconvolgente cocktail, finì per spumeggiare (e parve miracolosa, poiché era la prima volta che si udiva) l’iridescenza dolceamara del canto: della poesia che dice, sinceramente, io

Benedetta Colella








