
1. Chi riuscirebbe a ingannare un amante?
Nel quarto libro dell’Eneide di Virgilio matura il drammatico epilogo della impossibile storia d’amore fra la regina di Cartagine Didone e il condottiero degli esuli troiani Enea.
L’eroe troiano è stato richiamato dagli dèi alla sua missione fatale e, senza porre indugio, prepara la partenza. La fama, cioè la “voce pubblica”, riferisce a Didone che l’amante è in procinto di abbandonarla.
La reazione è immediata: la regina corre sulla riva del mare, dove si armano le navi troiane e affronta il traditore in un concitato dialogo, ricordandogli tutto ciò che ha fatto per lui e implorandolo di non abbandonarla subito. Il poeta interviene direttamente nella narrazione epica a commento dei fatti, secondo modalità proprie della lirica: “chi riuscirebbe a ingannare un amante?” (quis fallere possit amantem?), e in maniera più sottile, proiettando sui fatti un giudizio morale. Virgilio compartecipa al furore della regina che si scopre tradita, assumendone il punto di vista: definisce infatti le azioni di Enea dolos, “inganni”. È, questo dell’autore, un atteggiamento dell’epica ellenistica, che aveva sviluppato l’elemento erotico e quello patetico maggiormente rispetto a quello eroico. Ai versi iniziali (vv. 296-304), in cui il poeta presenta il furor di Didone attraverso la similitudine con le Baccanti invasate, segue il discorso della regina, che si può suddividere in tre sequenze, corrispondenti a tre diversi momenti psicologici:
l’aggressione (vv. 305-13). L’incontro di Didone con l’amante, sul lido dal quale stanno per salpare le navi troiane, è connotato dalla violenza verbale: Enea è per Didone un perfidus, che tenta di dissimulare un orribile nefas, un atto cioè che va contro le leggi religiose dell’ospitalità e, soprattutto, della fides, la promessa che suggella il patto fra due amanti;
la preghiera (vv. 314-24). Dopo il primo scoppio di furore, l’ira della superba regina tradita si converte nell’umile prex della donna che ama ancora, nonostante tutto: per trattenere l’amante ella rievoca l’amore, la morte alla quale è condannata da quella partenza, l’aiuto fornito nel momento del bisogno. Didone ricorda in particolare all’amante traditore la dextera, suggello della promessa fatta, e i conubia, gli hymenaeos, il legittimo matrimonio contratto.
la rassegnazione (vv. 325-30). Di fronte all’irremovibilità di Enea la regina riassume la sua dignità e rimprovera al fedifrago di avergli sacrificato non solo il pudor e la fama, ma anche la sicurezza dello Stato, minacciato dai popoli dell’Africa settentrionale e dai despoti dell’Africa centrale che, dopo essere stati rifiutati come pretendenti, si erano visti preferire un profugo giunto dal mare.
Nell’ultimo atto della perorazione Didone ritorna sul registro patetico evocando, rivolta a se stessa (quid moror?) immagini di morte (moribunda) e di distruzione per la sua città (destruat, captam).
Il lungo e articolato discorso della regina si conclude con un’immagine degna della squisita sensibilità poetica di Virgilio: il rimpianto di Didone per non aver avuto un figlio dell’eroe a lui somigliante che, giocando nella reggia, potesse addolcire la sofferenza della madre abbandonata. La tenerezza per i bambini aveva già ispirato a Virgilio la chiusura dell’ecloga quarta.
L’atteggiamento della regina è carico di furor, la follia amorosa, e a quest’area semantica si ricollegano tutti gli elementi lessicali tramite i quali ella viene rappresentata dal poeta: furenti, “furente (d’amore)”, saevit, “infuria”, inops animi “smarrita nell’animo”, incensa “ardente”, bacchatur, “delira” come una Thias, una “Tiade”, quando i timpani squillando richiamano all’orgia sul monte Citerone. La caratterizzazione di Didone come furiosa Baccante si arricchisce di nuovi tratti durante il discorso appassionato che la donna abbandonata rivolge al suo amante ingrato.
Virgilio riesce dunque a rappresentare tutti gli ondeggiamenti di un animo in tempesta, “immedesimandosi” nel personaggio. In questa raffinata capacità di rappresentare la psicologia femminile riconosciamo la lezione di Catullo, che con il carme di Arianna abbandonata (64) aveva dato voce, per la prima volta nella letteratura latina, ai sentimenti di una donna.

Benedetta Colella








