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Il terzo discorso di Pericle

Una esegesi di Carlo Mercalli

 
Kalôs mèn gár ferómenos anèr tò kath’heautòn diaftheiroménes tês patrídos oudèn êsson xynapóllutai, kakotychôn dè en eutychoúse pollô mállon diasózetai

“Un uomo fortunato personalmente non di meno va in rovina se la sua patria è distrutta, mentre se è sfortunato in una città propizia si salva molto più facilmente”.

(Tucidide, 2, 60, 3)

Il tucidideo terzo discorso di Pericle rappresenta un vero e proprio - e in qualche misura, amaro - testamento dello statista, essendo pronunciato in un momento di passaggio tra la prima fase della guerra del Peloponneso, che lo vede assoluto dominatore, e la seconda, in cui il suo ideale politico e strategico si dissolve, e con esso si sgretola l’impero ateniese. L’apologia rivolta al popolo, che lo ritiene colpevole delle attuali disgrazie, comincia con una dichiarazione consapevole del malanimo diffuso nell’uditorio, accompagnata da un intento critico. Pericle infatti si è appena, espresso in questi termini: la città, se è prospera nel suo complesso, porta ai privati maggiori vantaggi che se fosse fortunata nei singoli ma andasse in rovina tutta quanta. La gnóme del nostro passo appare logica conseguenza dello stretto rapporto tra benessere della comunità e benessere dell’individuo: esso è motivato (si noti il gàr in principio) con un accenno conciso ma efficace alla differente condizione del cittadino fortunato e del cittadino sfortunato in rapporto allo stato – differenza che si manifesta con effetto di antitesi sul piano retorico.

Pericle parte dal presupposto che il buon andamento della cosa pubblica dipende da ogni singolo cittadino (2, 60, 2): questi, dunque, si deve sacrificare, anche rinunciando al benessere personale, in nome di una patria eutychoúsa. In tal caso, infatti, si supera più facilmente un’eventuale situazione di disagio privato.

Il nostro luogo è composto di due membri antitetici per la forma (a cominciare dalle particelle mèn … dè) e per il contenuto. Lo scrittore, con notevole perizia retorica, costruisce il periodo in quattro coppie antitetiche individuabili con una certa facilità e valido strumento di persuasione. La prima (kalôs … ferómenos … tò kath’heautòn diaftheiroménes … patrídos) deriva la propria efficacia da due fattori: uno semantico e uno retorico. Dal punto di vista semantico l’opposizione è duplice.

Essa infatti sussiste:

a) tra tò kath’heautón, espressione dell’interesse personale2 e patrídos, che incarna l’ideale da privilegiare (e nel discorso non ricorrerà più);

b) tra kalôs … ferómenos e diaftheiroménes: la locuzione kalôs … féresthai è comunemente riferita a situazioni o a progetti e meno frequentemente il referente è una persona cui res feliciter cedunt (cf. ThGL IX 724; LSJ 1924), sebbene in Tucidide solo con questo uso siano attestate sia la nostra locuzione sia il sinonimo eû féresthai; il verbo diaftheíromai, attestato soprattutto nel senso di occidi, interimi (cf. ThGL I380s.; LSJ 418) ha nel nostro passo il senso di perdi, perire, bene attestato in Tucidide.

Dal punto di vista strettamente retorico, l’opposizione tra ferómenos e diaftheiroménes acquista rilievo dalla figura della paronomasia: si verifica in questo caso un mutamento organico del corpo della parola che serve a produrne un mutato significato3. La paronomasia tra ferómenos e diaftheiroménes deve accentuare la diversità di significato dei due termini e produce un effetto tanto più straniante in quanto si svolge nel giro di sole sei parole.

La terza antitesi, oudèn êsson / pollô mállon, si può qualificare come una “antitesi-corollario” della precedente, ma ha in comune con essa la collocazione simmetrica dei termini, quindi non solo la completa dal punto di vista semantico ma la prepara da quello retorico4.

L’opposizione principale resta però tra i due verbi, che non sono comuni: poco attestato xynapóllumi, più frequente diasózo, adoperato qui in senso pregnante. Il composto xynapóllumi riceve sfumature di significato da due preverbi, vale simul perire, indica cioè la partecipazione nell’atto del rovinare e dunque riprende, per contrasto, il precedente xýmpasan indicante la generalità del benessere. L’uso di diasózetai è chiaramente mediale: spesso Tucidide adopera il verbo diasózomai in questa diatesi, quasi sempre transitivamente, mentre il diasózetai di questo passo è intransitivo e ciò valorizza pienamente il suo significato, “affermarsi con fatica”, quasi “sopravvivere”.

Nella quarta e ultima antitesi, tra kakotychôn e eutychoúse, ritorna la figura della paronomasia ad accentuare ora la sostanziale opposizione di significato tra la cattiva condizione del cittadino e la prosperità della sua città. Si tratta di un’altra antitesi studiata retoricamente, come si può dedurre da due particolari. In primo luogo il verbo kakotychéo è - a quanto è dato sapere - neoformazione tucididea: esso è coniato evidentemente con l’intento di opporre a eutychéo un contrario non solo semantico ma morfologico (opposizione kako- / eu-). In secondo luogo kakotychôn consente di ottenere uguaglianza di sillabe rispetto a eutychoúse secondo termine dell’opposizione5. Infine, nel binomio kakotychôn / eutychoúse ha l’ultima espressione il tema del contrasto tra benessere e disgrazia, individuali e collettivi, che si protrae dal periodo precedente (2, 60, 2).

L’intero periodo è stato analizzato dalla Avezzù6 come “struttura circolare chiusa”. La studiosa concentra l’attenzione sul problema, del paradosso e premette che esso, in un contesto strutturato antiteticamente, compare all’interno di uno solo o di entrambi i termini dell’antitesi. Da questo deriverebbe una necessità di segmentazione dell’antitesi per cui si può individuare una struttura ternaria, tanto nel primo membro (kalôs … ferómenos / diaftheiroménes / xynapóllutai) quanto nel secondo (kakotychôn / eutychoúse / diasózetai), nella quale il primo termine (rispettivamente kalôs … ferómenos / kakotychôn) è in contrasto con gli altri due. Il paradosso si verificherebbe dunque in entrambi i segmenti “per scambio totale” poiché “il kalôs … ferómenos chiamerebbe diasózetai mentre il kakotychôn vorrebbe xynapóllutai“. L’interpretazione si attiene rigorosamente al testo ma si limita a un’analisi puramente formale di esso: la sintassi di 2, 60, 3 appare come un gioco retorico estremamente schematico e non è rilevata la pregnanza concettuale delle antitesi, che sono presentate come fini a se stesse, mentre tutta la struttura del periodo è funzionale al contrasto tra dimensione pubblica e dimensione privata, ulteriormente sviluppata in 60,4.

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