Il potere logora (anche) chi ce l’ha

Creonte e la solitudine del re

 

 

 

Come si può rimanere sobri quando ad ogni nostro ordine si obbedisce non solo senza esitazione, ma con sperticate (e insincere) lodi sul nostro retto agire?

Quando si ha la responsabilità morale e materiale di un regno intero e non si ha nessuno con cui confrontarsi? Quando gli adulatori, che da sempre fanno ala attorno al potere, radicano certezze, montano superbia, convincono di infallibilità?

L’Antigone di Irene Papas, in scena al teatro greco di Siracusa, attualizza il classico e ne fa momento di riflessione sulla drammaticità del potere: il protagonista assoluto è lì Creonte, che ruba spazio ad Antigone e al coro per mostrarci a quali parabole emotive sia soggetto il cuore di un re.

Nomos contro physis, legge umana versus legge di natura: il messaggio sofocleo, esplicitato in ogni manuale, è quasi sottinteso nella messa in scena siracusana: cercarlo ad ogni costo, farne l’unico argomento di discussione, potrebbe causare un misreading, un fraintendimento dello spettacolo.

Alessandro Haber, nel ruolo di Creonte, esce biascicando alcune frasi: usa lo stile tronfio e la postura di troppi personaggi condannati dalla Storia. Petto in fuori, voce tonitruante, dialettesmi esasperati hanno contraddistinto buona parte della sua interpretazione.

In molti lo hanno imputato a incapacità personale. Non credo.

Nel suo parlare forsennato, nel suo scandire ogni frase come se fosse verbum Dei, ho visto Mussolini, ho visto Craxi. Entrambi, in un culto smodato del loro potere, hanno toccato l’empireo, entrambi hanno assoggettato la giustizia divina all’arbitrio umano ed entrambi sono morti soli, odiati e vilipesi dalle stesse masse che falsamente li avevano adorati nei giorni d’oro della propria vita.

Creonte sbaglia, proibendo la sepoltura di Polinice, ma è la ragion di Stato a guidarlo. Chi lo sconsiglia? Non il Coro, che ne loda la scelta saggia come deterrente per eventuali nuovi tradimenti, non Emone, che accoglie senza batter ciglio la sentenza di morte comminata ad Antigone.

Poi, d’un tratto, tutto cambia: il Coro, mosso a compassione dalla fanciulla, si sfrena contro il sovrano che prima adulava, Emone dismette i panni del figlio obbediente per indossare la toga dell’accusa.

La catastrofe arriva senza che Creonte se ne renda conto: il palcoscenico si svuota, notizie luttuose lo accorano e nella disgrazia sarà da solo a soggiacere ai colpi del destino.

Ismene non muore, nella messa in scena della Papas; semplicemente sparisce, dopo esser stata confidente di Antigone: la sua dipartita non servirebbe, perché non tocca personalmente Creonte, il gigante dai piedi d’argilla, ingannato dall’assolutismo del suo ruolo e dalla connivenza dei suoi adulatori.

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