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Straniero a sè, straniero al mondo.

Lo straniero di Albert Camus

 

 

 

Tra gli antieroi del Novecento, Meursault, narratore interno di Lo straniero, rimane vivido nel ricordo dei lettori per l’aura di possibilismo, di stanca apatia, di vita inconsapevole di cui è depositario.

Totalmente fuori dalla scenografia del dolore che ha caratterizzato tanta letteratura, Mersault non piange. Il ciglio asciutto non è determinato però da una sovrumana volontà di controllo; al contrario, il protagonista del libro non lo è della propria vita, che scorre lenta, condizionata da un caldo intollerabile, che ottunde i sensi e annienta il respiro.

C’è tutta l’Algeria in quei paesaggi scarni ed essiccati, nei contrasti tra clan, in una siccità che è referente oggettivo dell’animo umano, come se il determinismo geografico colpisse l’Africa per mezzo dei personaggi di Camus.

In incipit, Meursault è raggiunto dalla notizia della morte della mamma: la luttuosa occasione non è per lui momento di riflessione sulle sue incerte origini o occasione di lamenti e pathos; con scatti da burattino, egli ottempera al pietoso rito del funerale, ma, dall’aridità del suo cuore, non riesce a stillare emozioni. Si limita a registrare nella mente, con piglio di ragioniere, particolari dell’ambiente e delle persone, che pur lo scrutano alla ricerca di segni di dolore sul suo viso.

Quando, dopo l’assassinio, si ritroverà al processo, il comportamento algido tenuto in questa occasione sarà circostanza aggravante, per una corte superficiale, per un Pubblico Ministero attento solo all’enfasi del suo discorso, per una tribuna stampa che ha montato un caso Mersault come antidoto alla monotonia del quotidiano.

Persino quando l’accusa sigla la sua condanna a morte nella perorazione finale ( La virtù tutta negativa della tolleranza deve cedere il passo a quella meno facile ma più elevata della giustizia. Soprattutto quando il vuoto dell’aniom quale si ritrova in quest’uomo diventa un abisso dove la società può perire), non c’è reazione emotiva nel protagonista.

Ma perché Mersault ha ucciso il fratello di una donna che non aveva sedotto, ha ammazzato il nemico di un delinquente che gli si professa amico? Perché, con freddezza da killer, al baluginio della lama del coltello altrui, ha premuto il grilletto e ha lasciato che l’aria fosse squarciata da quattro colpi di pistola?

Per lo stesso motivo, forse, per cui non pianse la madre morta o non respinse Maria, la donna che non amava, ma a cui promise le nozze: perché Mersault si lascia vivere, muovendosi stancamente, reagendo con inerzia a stimoli infiniti, come se guidasse un corpo non suo, come se si staccasse da sé per osservarsi vivere, mimetizzato nella folla, spettatore anche di sé.

L’aggressione al parroco che vorrebbe offrirgli conforto in carcere si rivela più calda e violenta dell’istinto che lo spinse a sparare alla sua vittima, certo; tuttavia, muore nel momento in cui si genera, lasciando il protagonista, solo, ad aspettare l’esecuzione.

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