
Come cercare le origini della cultura in una città europea? Come leggere i sussulti dell’animo tra il caos del traffico e le nuvole di smog? Come riflettere sull’Uomo con la televisione accesa e gli opinion leaders che si improvvisano tuttologi liquidando le grandi questioni della vita con poche frasi banali?
Già da tempo, l’Africa viene imagologicamente considerata un luogo misterico in cui le grandi pulsioni ataviche sopravvivono non imbastardite dalla globalizzazione invasiva. E’ lì che il mondo greco può rivivere, mentre in Europa viene riproposto come curiosità archeologica, affascinante quanto lontano dagli stereotipi contemporanei.
Pier Paolo Pasolini assaporò l’Orestea senza il filtro della traduzione: fu lui, anzi, che adattò, per Vittorio Gassmann, il testo eschileo alla realtà italiana degli anni Cinquanta.
Poi, tra il 1968 e il 1969, mentre in Europa esplodeva la contestazione giovanile, compì il suo viaggio attraverso Uganda, Tanzania e Tanzanika lontano dai circuiti turistici, alla ricerca di nuovi approcci alla vita.
Coronava così un suo antico sogno, conoscere quell’Africa già da lui poeticamente immortalata così:” «ah, il deserto assordato / dal vento, lo stupendo e immondo / sole dell’Africa che illumina il mondo».
L’antico e il lontano si fusero in unità: nacque, da quella lettura e da questo girovagare, un tentativo di opera, Appunti per un’Orestiade africana, in cui si inseguono senza soluzione di continuità scena rubate dalla telecamera alla vita.
Lo stile di vita africano, fatto di musiche e movimenti con valore sacrale e rituale, ben si presta a riprodurre l’analogo ruolo del coro eschileo, dove gli attori cantano e ballano per invocare il divino: Le parole di Eschilo sono affidate al canto degli afroamericani Archie Savage e Ivonne Murray e al sassofono jazz di Gato Barbieri.
Nell’imponente serbatoio mitologico ellenico, non a caso Pasolini seleziona le gesta di Agamennone e dei suoi figli: due anni prima, Pilade, il fidato amico di Oreste, fu il protagonista di una omonima tragedia pasoliniana, in cui, con l’immagine di una amicizia degenerata per colpa della politica in antagonismo, si tratteggiava il tentativo, votato al fallimento, di usare rivoluzionariamente la tradizione, di contaminare la totalitaria ragione “democratica” di Oreste con il recupero della sacralità, dell’irrazionalità, della capacità poetica di rispondere alle domande sul mondo attraverso l’immaginazione e l’emozione violenta, patrimonio tradizionale delle oscure divinità delle Erinni..
Nella figura di Oreste si riflette così la condizione di quella giovane élite intellettuale africana che si è formata all’estero, sul modello di studio anglosassone o francese, che torna in patria a fare la rivoluzione, e che può salvare l’identità del proprio popolo solo attraverso l’adozione di quegli strumenti politici che appartengono, in tutto e per tutto, agli usurpatori di cui ci si è liberati.

Benedetta Colella








