Camilleri e Anacreonte

La luna di carta e Crimini: overdose estiva per Camilleri

Come l’araba fenice, Montalbano risorge dalle sue ceneri e torna a vivere in La luna di carta. Ad onta forse di Camilleri stesso, ancorato al commissariato di Vigata quando i suoi interessi lo spingerebbero altrove, in altri contesti storici, verso altre realtà.

Più di una volta, l’autore aveva dichiarato la sua insofferenza verso il personaggio che lo portò alla ribalta e che rischiava di schiacciare la sua creatività. Vincoli d’affetto ed esigenze commerciali lo legano ora al suo primo personaggio, ma gli aficionados notano con tristezza come Montalbano stia invecchiando.

Ne sono prova il memento mori che angoscia il commissario ogni mattina, il canto del cigno della sua sessualità, messa a dura prova dalla contemporanea presenza sulla scena di due donne che racchiudono in sé il mistero dell’eterno femminino, l’una razionale e felina (la Gattoparda), l’altra misteriosa e tragica, la difficoltà nel rinunciare alle sue abitudini, la scansione più lenta del suo tempo e, per noi non ultima, l’allusione ad Anacreonte, il poeta della vecchiaia.(Non c’era stato un antico poeta greco che aviva scritto una poesia d’amuri per una cavallina di Tracia che appunto non sopportava le briglie? Ma non era il momento di pinsari alla poesia)

Queste donne rigurgitanti di vita, spumeggianti di passione sono accarezzate da Salvo non con l’entusiasmo del masculo latino, ma con la gioia contemplativa di chi sa impari le proprie forze. Questo diceva Anacreonte nel fr.88 D: “Puledra tracia, perché, pur sogguardandomi, mi rifuggi perfidamente?Ti sembra che io non sia vigoroso? Sappilo, ben saprei metterti il morso e con le redini farti girare attorno ai termini dell’ippodromo. Ora tu giochi tra pascoli e boschi, saltellando leggera. Non hai, infatti, un cavaliere esperto che ti monti.”

La superbia volitiva di Anacreonte non collima certo con i dubbi in cui Montalbano si dibatte: il riferimento al poeta greco è probabilmente dovuto a reminiscenze liceali.

Montalbano non è un corrotto, ma neppure un eroe: di fronte alla prospettiva di sgominare una banda di narcotrafficanti collegata alla politica, si ferma: ha fastidio e paura quando ricorda al suo vice Mimì: “ Hai visto che cosa gli sta capitando a quei giudici di Mani Pulite? Gli viene rinfacciato che sono loro i responsabili diei suicidi e delle morti di infarto di alcuni imputati. Sul fatto che gli imputati erano corrotti e corruttori e si meritavano il carcere si sorvola: secondo queste anime belle il vero colpevole non è il colpevole che, in un momento di vergogna, si suicida, ma del giudice che l’ha fatto vergognare”.

Gli appuntamenti estivi con Camilleri non terminano con La luna di carta. Nella miscellanea Crimini, accanto ad altre firme famose, compare una storia ad equivoci di Camilleri, scritta in italiano, probabilmente riadattata da un canovaccio teatrale o cinematografico. Non è certo il racconto migliore che la sua brillante mente abbia partorito, ma è sempre una lettura piacevole.

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