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La fattoria degli umani

Circe tramuta gli uomini in bestie

 

 

 

L’appassionata perorazione dell’Ulisse dantesco si conclude con il celeberrimo: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.

L’immagine è odissiaca e per nulla metaforica: ventidue compagni di Ulisse vennero effettivamente trasformati in maiali dalla terribile zia di Medea, la maga Circe.

Nel decimo libro dell’Odissea, infatti, si raccontano i misteri del palazzo fatato, circondato da lupi e leoni per nulla feroci, inabissato in una atmosfera magica di cui tutti, tranne il saggio Euriloco (che capitanava la spedizione), subirono il fascino.

Gli itacensi si erano già distinti per la voracità con cui avevano spolpato il cervo ucciso dal loro capo: l’epico banchetto si era protratto fino a cena, lasciando ancora insoddisfatti gli ingordi crapuloni.

Il primo, l’unico pensiero rimase quello del cibo: non uno sguardo ai branchi inquieti di vari animali, non un dubbio sulla liceità della faraonica ospitalità attraversò le menti di quegli sventurati.

La loro esplorazione si aprì e si chiuse con una costante: il cibo.

Furono trasformati in porci, non certo per la perfidia della maga, quanto per una volontà catartica: l’aedo vuole suggerire all’uditorio che, a mimare comportamenti bestiali, a coltivare l’incontinenza alimentare, ci si degrada al rango di animali.

I lupi e i leoni che accolgono mansueti gli ospiti ne sono dimostrazione piena: la violenza e l’alterigia che li avevano caratterizzati prima del declassamento a forme belluine sono spariti. La lezione non è valsa per i naufraghi di Itaca: Odisseo troverà i suoi compagni a contendersi le ultime ghiande, perfettamente ambientati nei nuovi panni.

La restituzione  a forme umane è soltanto esteriore; persiste in loro il germe autodistruttivo che, nell’evolversi della trama, sarà causa della loro rovina. Il re di Itaca non scioglie nessun incantesimo: il suo è un intervento ad personam , che non salverà dall’abbrutimento le altre vittime di Circe, giudice della moralità umana.

A prescindere dal mitologico intervento di Hermes, necessario in una società assoggettata al potere divino, Odisseo dimostrerà di non indulgere ad alcuna tendenza animalesca e a restare così vero Uomo, degno partner di una dea.

Nathaniel Hawthorne, l’immortale autore de La lettera scarlatta, fu un buon grecista e un ottimo divulgatore. Ne Il palazzo di Circe isolò l’episodio dal contesto odissiaco e, arricchendolo di elementi di tradizione favolistica, ne fa un racconto didascalico di grande efficacia. Non si può non concordare con lui quando scrive: “Quando gli uomini si trasformano in bruti, quel barlume di ragione umana che rimane in loro non fa che decuplicare la loro brutalità”.