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Il papà del greco

Teorie e fantasie sull’indoeuropeo

La teoria evoluzionistica di Darwin condizionò indirettamente tutto il mondo culturale: venuta a cadere per sempre la concezione immobilistica di un mondo creato ad hoc ed immutabilmente da Dio, fu messa in discussione l’origine di ogni cosa.

L’ipotesi di una divina Babele, causa della diversità fra le lingue, venne contestata dagli studiosi positivisti. L’idea, però, di una lingua originaria implosa poi in dialetti sempre più divergenti solleticò a lungo i comparatisti classici e tuttora è presentata da parecchi manuali come verità rivelata.

In realtà, già nel 1500, gli antichi pellegrini che giunsero in India rimasero colpiti da insospettabili analogie lessicali con le lingue neolatine, al punto da congetturare, a dispetto dell’inverosimiglianza storica, una filiazione diretta fra il più antico dialetto indiano e il latino.

In questa reductio ad unum, le intere famiglie linguistiche di Europa e di Asia sarebbero riconducibili a tre ceppi primordiali: l’indoeuropeo, appunto, l’ugrofinnico e il semitico.

Sia ben inteso: non esiste una sola prova documentata dell’esistenza dell’indoeuropeo: gli studiosi hanno semplicemente comparato varie isoglosse, ossia parole appartenenti a lingue diverse, ma accomunate da una stessa radice semantica, e sono giunti alla conclusione che potrebbe esserci una origine comune.

La prova del nove è sembrata la decifrazione della lineare B, che ha confermato l’esistenza di alcune forme antiche già ricostruite secondo complicati calcoli linguistici.

Sarebbe dunque successo questo: un gruppo indoeuropeo con determinate caratteristiche penetrò nella penisola greca ad ondate successive: per questo, la lingua greca non si agglutinò in un vocabolario comune, ma si frazionò in una miriade di varietà locali, che possono essere raggruppate in quattro entità linguistiche: il gruppo eolico (di cui fa parte la Tessaglia, la Beozia, l’isola di Lesbo e la costa dell’Asia Minore ad essa antistante), lo ionico- attico (nell’Attica, nella cosata centrorientale dell’Asia Minore, in Eubea, a Mileto e nelle Cicladi), il dorico (nel Peloponneso, sooprattutto in Laconia e Messenia, nonché a Creta) e vari dialetti nordoccidentali, noti più dagli studi epigrafici che da quelli letterari (Corinto, Megara, Epiro), a cui alcuni studiosi aggiungerebbero un nucleo arcadico-cipriota.

Schleicher costruì un vero e proprio albero genealogico dell’indoeuropeo, contestato perché non prevedeva influenze da contatto, ma semplici filiazioni dall’una all’altra lingua.

Il problema serio sta nel fatto che l’archeologia non supporta (pur non semntendo) questa complessa articolazione e non ci sono prove storicamente valide dell’esistenza di una unica lingua originaria. Ma, ammettendo anche che qualche migliaio di anni fa, esistesse questo esperanto indoeuropeo, il problema si ripropone identico: da che cosa derivò?