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Senofonte e Rigoni Stern

Un’analogia di Italo Calvino

 

 

 

Ecco un confronto fra antico e moderno che potrebbe essere d’aiuto per la maturità:

Non è una scoperta di oggi: nel 1953 Elio Vittorini, presentando quello che doveva restare nel genere un libro esemplare, Il sergente nella neve di Rigoni Stern, lo definiva piccola Anabasi dialettale. E difatti i capitoli della ritirata nella neve dell’Anabasi sono ricchi di episodi che potrebbero essere scambiati di peso con quelli del Sergente.

Caratteristica di Rigoni Stern è che il narratore-protagonista è un buon soldato, tal quale come Senofonte, e parla delle azioni militari con competenza e impegno.

Per loro come per Senofonte le virtù guerriere, nel crollo generale delle più pompose ambizioni, ritornano virtù pratiche e solidali su cui si misura la capacità di ciascuno d’esser utile non solo a sé ma anche agli altri. (Ricordiamo La guerra dei poveri di Nuto Revelli per l’appassionato furore dell’ufficiale deluso; e un altro bel libro ingiustamente trascurato, I lunghi fucili, di Cristoforo M. Negri).

Ma le analogie si fermano lì. Le memorie degli alpini nascono dal contrasto di un’Italia umile e sensata con le follie e il massacro della guerra totale; nelle memorie del generale del V secolo il contrasto è tra la situazione da sciame di cavallette cui si è ridotta l’armata dei mercenari ellenici e l’esercizio delle virtù classiche, filosofico-civico-militari che Senofonte e i suoi cercano di adattare alle circostanze. E risulta che questo contrasto non ha affatto la struggente tragicità dell’altro: a conciliare i due termini Senofonte pare sicuro di esserci riuscito.

L’uomo può ridursi a cavalletta eppure applicare a questa condizione di cavalletta un cdice di disciplina e di decoro (in una parola, uno stile) e dirsene soddisfatto: non discutere né tanto né poco il fatto di essere cavalletta, ma solo il modo migliore di esserlo.

In Senofonte è già ben delineata con tutti i suoi limiti l’etica moderna della perfetta efficienza tecnica, dell’essere all’altezza della situazione, del fare bene le cose che si fanno indipendentemente dalla valutazione della propria azione in termini di morale universale.

Continuo a chiamare moderna questa etica perché lo era quando ero giovane io, ed era questo il senso che si ricavava da tanti film americani, e anche dai romanzi di Hemingway, ed io oscillavo tra l’adesione a questa morale tutta tecnica e pragmatica e la coscienza del vuoto che si apriva sotto. Ma ancora adesso che sembra tanto lontana dallo spirito dei tempi, trovo che aveva la sua parte di buono.