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L’arte della maldicenza

L’Aretino e il potere della penna

All’Aretino è stata comminata una sorta di damnatio memoriae.

Tutti lo ricordano per quei sedici sonetti scostumati, a commento degli altrettanto espliciti ritratti del Raimondi, che tanto piacquero ad Apollinaire e a Henry Miller e di cui il critico Giuliano Innamorati ebbe a scrivere. “Oscenità irrefragabile da caso limite, portata ad un grado di concentrazione espressiva che non consente pause né scelte e rimane insormontabile difficoltà di lettura per chi, pur senza dare in smanie pudibonde, non si diletti di maneggiare un lessico assolutamente irripetibile”.

Chi di voi, maggiorenne e non sessuofobo, vorrà avvicinarsi alla produzione erotica dell’Aretino, potrà trovarla, con una piacevole introduzione e con riproduzione litografica delle sconce immagini del Raimondi, nel bel libro di Diego Meldi Le chiavi di Pietro. (ed Scipioni, euro 6,00)

L’Aretino, però, non è solo il volgare buontempone dei dialoghi delle Cortigiane: egli fu senza dubbio il principale agente artistico di se stesso.

Occhio allenato ad individuare i punti deboli di ognuno, lingua biforcuta per riferirne, penna impertinente per eternarne, l’Aretino divenne il terrore dei potenti del Cinquecento.

Siccome, come ironizza Cesare Marchi, un dente cariato va estirpato o ricoperto d’oro, l’Aretino fu dapprima perseguitato, poi adulato e remunerato dalle munifiche corti del Cinquecento.

Con lui c’è il riscatto per tutte le umiliazioni che i letterati subirono nei secoli.

Vendicò Dante, costretto ad una vergognosa transumanza tra una corte e l’altra, nei giorni disperati del suo esilio.

Vendicò Boccaccio, alloggiato in una sorta di cuccia per cani da Nicola Acciauoli, ministro della regina Giovanna.

Vendicò Ariosto, utilizzato per togliere gli stivali al cardinale Ippolito.

Vendica oggi l’intero gruppo intellettuale, svilito, umiliato, costretto a convivere con osceni bestsellers, obbligato a pietire una sedia nei talk show, interrotto e contestato da stelline scosciate e da tuttologi di bassa lega.

La sua lezione sia tesoro per quanti prostituiscono la propria penna in recensioni idolatriche di libri spazzatura, in commenti buonisti sulla politica, l’economia e la società in cambio di un buffetto di approvazione dai rappresentanti del Potere.

L’Aretino ottenne rispetto perché non ne diede. Osò ingiuriare e venne lodato. Non temette di inimicarsi i potenti e li ebbe amici.

In una corsa al massacro, oggi, i letterati, invece, fanno a gara nel servilismo e, come cicisbei o cani da guardia, accompagnano, inascoltati e derisi, chi reputano più forte di loro.

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