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L’Archiloco hard

L’epodo di Colonia e l’imbarazzo dei critici

Ah, come vorrei toccar la mano di Neobule, sospirava in un frammento Archiloco.

I critici tripudiavano: un pensiero così soave, gentile, timebondo riscattava il poeta giambico dall’odio, dalla violenza, dal cinismo di tante invettive.

Il romanticismo del frammento mal si conciliava con la notizia, assicurata da fonti attendibili, che l’intera famiglia di Neobùle, composta dall’ardente signorina che suscitò la passione, prima, e il disprezzo, poi, del poeta, dalla sorellina, appena teenagers, e dal padre, fu spinta al suicidio dalle molestie verbali inflittegli dall’impietoso poeta.

Poi, nel 1974, srotolando una mummia, un papiro svelò agli occhi increduli ed imbarazzati dell’elite intellettuale dell’epoca la natura scabrosa ed incestuosa dei rapporti intrattenuti dall’aitante poeta con le figlie di Licisca.

Il pruriginoso testo, ribattezzato epodo di Colonia 7511, racconta in prima persona la scena di seduzione perpetrata ai danni della giovanissima parente di Neobule: una sorta di petting spintissimo, descritto fin nei dettagli con lo stile allusivo e suadente, in cui si rincorrono e si sommano performances seduttive e vieti luoghi comuni, come quello per cui le donne di costumi libertini sfioriscano più facilmente.

L’irresistibile logorrea di Archiloco travolge l’ingenuità della ragazzina, che, dopo essersi schermita per la giovane età e per rispetto alla più matura sorella, non può che cedere alle maschie insistenze, dando così prova di una leggerezza di costumi scandalosa anche per quell’epoca.

Il testo, mutilo in incipit, ci permette comunque di capire che il dovizioso resoconto era riservato ad un gruppo di amici, secondo un costume squallidamente diffuso tra gli uomini.

Eccolo:

“[…] astenendoti totalmente: abbi lo stesso mio coraggio.

Se non hai pazienza e ti fa pressione il desiderio,

da noi anche oggi c’è quella bella, dolce ragazza,

con tanta voglia di maritarsi: mi sembra

che abbia un personale ineccepibile.

Tu la farai felice”

Questo mi diceva, ed io ribattevo: “O figlia di Anfimedo,

donna saggia e brava che la terra ha ora schiacciato,

per i giovanotti molti sono i piaceri di Afrodite (terpsies thees)

oltre all’atto divino (tò theion chrema).

E uno se ne accontenta. Al buio, in tranquillità, io e te decideremo quale.

Obbedirò a ciò che vorrai.. Troppo ti desidero. Fammi entrare da sotto il fregio e la porta.

Non sdegnarti, cara. Appoderò ai giardini erbosi.

E sappi ora questo: Neobule se la pigli un altro. Ahimè, ha la pelle rovinata,

ha distrutto il fiore virginale e l’attrattiva che c’era prima.

Non ha limiti. Si mostra una donna tutta pazza.

Vada al diavolo. Non mi capiti questo, che, avendo una donna simile per moglie,

io sia lo zimbello del vicinato. Molto più, voglio sposare te:

tu non sei falsa né infida, mentre lei è una traditrice e ordisce molti inganni.

Temo che per la fretta farò cuccioli ciechi e prematuri, come quella famosa cagna…”

Così dicevo e intando, presa la vergine,

la sdraiavo tra fiori profumati, e, avendola nascosta con un morbido mantello,

con un braccio sul collo, con le mani le accarezzai i seni:

dalla pelle soda traspariva la sua giovane età.

Toccando tutto il suo bel corpo,

sfiorando il biondo pelo, emisi la bianca forza (leukòn mènos)