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Omero, adorabile infedele

Dario Del Corno si pronuncia ancora su Troy

Sullo scorso Domenicale del Sole 24 ore, un lettore, Lorenzo Bonoldi di Mantova, ha scritto:

Stimato professor Del Corno, prendo spunto dal suo articolo «Omero tradito
dal cinema» (Domenicale del 31 luglio) per sottoporle alcune riflessioni.
Come affermano gli autori del libro Tutto quello che sappiamo su Roma lo
abbiamo imparato a Hollywood (Luisa Cotta Ramosino, Laura Cotta Ramosino,
Cristiano Dognini, Bruno Mondadori Editore, Milano 2004), il cinema è per la
storia — e per il mito — «un adorabile infedele». La loro è «una storia
d’amore degna del miglior romanzo d’appendice. Ai grandi slanci e alle
dichiarazioni di fedeltà seguono periodi di rifiuto e dimenticanza, non
sempre chiaramente motivati, per poi assistere a improvvisi e sorprendenti
ritorni di fiamma». Eppure, in questo rifiorire di pellicole peplum, in
questa recrudescenza di febbre greca che sembra non dar tregua al luccicante
mondo di Hollywood, c’è anche qualcosa di buono, dacché un buon dio si
nasconde sempre in qualche dettaglio. In questo caso il dettaglio è
etimologico. Storia e mito, infatti, vengono sì traditi dal cinema, ma al
contempo ne sono anche traditi (nel senso latino del termine “trasmessi,
tramandati”). Com’è noto, i percorsi della tradizione classica non sono mai
lineari, bensì tortuosi e intricati, spesso addirittura carsici.
Durante il Medioevo — ad esempio — gli dei dell’Olimpo sono sopravvissuti
travestendosi da figure astrologiche e allegorie sapienziali, e questo
tradimento è stato per loro garanzia di tradizione e sopravvivenza. Il mito,
inoltre, è una realtà multiforme e mai uguale a se stessa: quante varianti
per ogni episodio! Per non parlare poi delle raffigurazioni (pittoriche e
scultoree) e delle rappresentazioni (teatrali e letterarie) del mito: per
quanto accurata nessuna di esse ne restituirà e catturerà in maniera precisa
e completa l’inafferrabile, multiforme e sfaccettata natura. E allora perché
non concedere anche al cinema il privilegio di giocare un ruolo in questo
complesso sistema che è la tradizione? Perché non concedere agli dei di
travestirsi anche da divi della celluloide e dello star-system (e
all’occorrenza anche da testimonial pubblicitari di cibi surgelati) pur di
sopravvivere all’oblio? In fin dei conti anche l’adorabile e infedele Decima
Musa che presiede all’arte cinematografica è una figlia di Mnemosyne, e, al
pari delle sue nove sorelle, può concedere — o all’occorrenza anche solo
rinvigorire — il prezioso dono dell’immortalità tanto agognato dagli eroi
omerici.

Questa la risposta di Dario Del Corno:

Caro signor Bonoldi, la Sua lettera introduce nella discussione sui film
cosiddetti peplum argomenti di forte interesse e portata generale. E
indubbio che la fortuna di un soggetto culturale va commisurata non tanto in
termini qualitativi, ma anche in rapporto all’ampiezza della risonanza, e
alla continuità che tale diffusione assicura. A me è parso che la
spettacolare riesumazione dell’universo classico, a cui assistiamo in questi
tempi, deprima l’intensità artistica e intellettuale che quei grandi modelli
hanno trasmesso alla posterità; ma ammetto che quest’immagine negativa si
fonda soprattutto sul confronto con i testi sublimi dell’epica e della
tragedia: un’eccezione anche per l’età antica. Si tratta di uno
sbilanciamento “passionale”, che ha trovato opportuna compensazione
nell’equilibrio dei suoi ragionamenti sui tortuosi percorsi della tradizione
classica. D’altra parte, sono pronto ad ammettere una straordinaria
efficacia della tragedia greca sul cinema, in un’altra direzione: ossia nei
grandi film che risalgono non alle storie antiche, bensì all’idea stessa del
tragico. A titolo d’esempio, si può ricordare come in Mystic River di Clint
Eastwood il modello di un destino impostato da eventi remoti si realizzi con
implacabile necessità, al di fuori della consapevolezza dei personaggi: non
diversamente che nell’Edipo di Sofocle. A un tale schema d’eccellenza, che
d’altronde discende esso pure dalla mente classica, occorre rinunciare se si
sceglie il percorso della permanenza a ogni costo. A questo proposito devo
inserire una ritrattazione, che mi suggerisce il Suo riferimento alla
sopravvivenza garantita dall’arte figurata. Qui esistono casi clamorosi che
insegnano come non sia la fedeltà dei particolari, bensì la suggestione
d’assieme del prodotto ad assicurare la difficile cerniera fra la memoria
dell’antico e la curiosità “nobile” dell’età recente. Sullo sfondo del
meraviglioso dipinto di Sebastiano del Piombo ora agli Uffizi, La morte di
Adone, figurano Palazzo Ducale e il Campanile di San Marco: ma il
vertiginoso anacronismo non incide sul fascino dell’opera, e tanto meno
viola la suggestione dell’antico mito. Occorrerà dunque rassegnarsi ad
accettare che in Troy siano prestate ad Achille le fattezze in stile body
building di Brad Pitt.
D’accordo quasi su tutto, dunque: e in particolare sul fatto che «ne vale la
pena». I pervicaci assalti alla memoria del classico sono a tal punto
fondati su motivazioni triviali e fasulle, che la legittima difesa può
affidarsi anche a testimonianze di arte non eccelsa, ma accurate e sincere
(assai valida e persuasiva è l’analisi “in positivo” di Troy, fatta da
Eleonora Cavallini nel libro I Greci al cinema recensito in quell’articolo).
D’altra parte, l’accattivante emozione che può sprigionare da questi
approssimativi riecheggiamenti lascia sempre spazio a ulteriori esplorazioni
e conoscenze, e non di rado a un verace, duraturo innamoramento.


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