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Debora di Samo

La Samia di Menandro interpretata da Debora Caprioglio

Per la frammentarietà delle sue commedie, per la ricerca di un sorriso complice e non di una risata smargiassa, per la malinconia diffusa che investe ogni personaggio, Menandro non si presta molto ad una rappresentazione scenica.

Insperato è stato quindi il successo della messa in scena della Samia, commedia della maturità di Menandro, intrisa di perplessità e tristezza. E’ Debora Caprioglio, ormai definitivamente riscattata dal suo passato a luci rosse (come si nota anche dalle fogge castigate dei suoi abiti di scena), a prestare volto e movenze alla castigata etera di Samo, Criside, che sfata ogni pregiudizio sull’egoismo e sull’avidità delle concubine.

Sacrificandosi per l’incolumità di un neonato e per il bene di una famiglia che, lungi dall’osteggiarla come avida amante, la stima come amorevole matrigna, Criside incarna la donna ideale, che sa parlare d’amore al suo uomo stanco, ma sa lottare con coraggio e senza arroganza per il trionfo della giustizia.

A tanta serena sicurezza fa da contraltare la timidezza vile di Maschione, inesperto seduttore e padre del bambino affidato alla Samia. La difficile interrelazione con il padre Demea, mercante capace ed abile uomo d’affari, ma genitore distratto e poco attento alla sua famiglia, si esplica nei continui tentennamenti del giovane, che non riesce ad assolvere alle proprie responsabilità neppure quando Criside, per colpa sua, viene cacciata di casa e nemmeno quando, districata l’ingarbugliata situazione, gli viene chiesto di sposare la donna che ama e con cui ha generato il bambino.

Questa pusillanimità è riscattata dal dolore del giovane che non sa convivere con l’ansia e con il rimorso, ma non sa affrontarli virilmente e fa da comparsa alla propria stessa vita.

E siccome si ride sempre di qualcuno e raramente con qualcuno, la Samia non può divertire: inevitabilmente, ci si immedesima con un personaggio e si soffre per la dabbenaggine di Nicerato, uomo semplice, bigottamente attaccato alla tradizione e costretto a sopravvivere all’onta di una figlia che è madre senza essere moglie e di un genero pavido e sfuggente, oppure per la buona fede di Demea, che si sente tradito dall’amante e dal figlio e che pure si mantiene equo nei suoi giudizi, o ancora per la solerzia malpagata di Parmenone, il servo non più scaltro e non più disonesto, ma sempre emarginato e disprezzato (quando si lamenta, riceve in risposta un Ma vuoi cambiare il mondo?, che sa di resa più che di polemica).

Il finale è mutilo: pur senza dubitare del felice dipanarsi degli evnti, non sappiamo quale sarà la sorte dei protagonisti. Fausto Costantini, che ha curato magnificamente l’adattamento della commedia, spande un tocco di spleen anche sull’explicit, che vede i due vecchi mercanti, Demea e Nicerato, amici di sempre e consuoceri da poco, vagheggiare un nuovo viaggio, perché il mondo, con i suoi pericoli, li spaventa meno dei misteri familiari. Su di loro, shakespearianamente, scende Morfeo che dona riposo e si chiude il sipario.