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Oggi un dio non ho

Atei (pochi) di Grecia, atei (troppi) del mondo contemporaneo

E’ quasi un anacronismo parlare di ateismo nel mondo classico. Il termine atheos, pure attestato, si attribuiva a chiunque negasse l’esistenza degli dei olimpici, e quindi, a rigore, anche agli ebrei e ai cristiani.

Se è vero che, nelle Leggi, Platone discute apertamente il problema dei cittadini senza fede, non abbiamo testimonianze certe di dichiarato ateismo, se non per Protagora (tecnicamente agnostico, in quanto non escludeva l’esistenza di un mondo divino, escluso, però dalla sua speculazione filosofica perché inconoscibile) e per Prodico di Ceo, che, secondo quanto testimonia Sesto Empirico, era convinto che il sole, la luna, i fiumi, le fonti e in genere tutte le cose che giovano alla nostra vita, gli antichi le ritennero divinità per l’utilità che ne deriva; come fecero gli Egizi per il Nilo e che il pane fu ritenuto Demetra, il vino Dioniso, l’acqua Poseidone, il fuoco Efesto e così via di ciascuna cosa di cui ci serviamo, ipotizzando un utilizzo quasi metonimico dei nomi divini nella lingua greca

Tre inoppugnabili motivi legavano inestricabilmente ogni uomo al suo culto: innanzitutto, nell’ignoranza quasi completa di leggi fisiche e meccaniche degli eventi, la natura sfuggiva alla razionalità umana ed era percipita come un miracolo senza fine. Dagli acquazzoni agli alberi fioriti, tutto riconduceva agli dei.

Nel pantheon olimpico, inoltre, erano ben rappresentate tutte le tipologie umane: anche i ladri, anche gli ubriachi, anche i traditori avevano il loro patrono, da onorare con fogge e modi vari e misteriosi, dall’ordine apollineo al dionisiaco disordine.

Sicuramente, chiunque avrebbe trovato un proprio paradigma da seguire ed onorare. Per i più esigenti, poi, fungeva da deterrente il rischio di essere accusati di empietà (asebeia) e di essere condannati a morte come cittadini nefasti per l’etica cittadina (la blasfemia di uno era punita con supplizi inferti a tutta la città, come dimostra il caso di Agamennone e Crise o di Edipo e la Sfinge).

Di contro, una sola argomentazione turbava la fede primitiva: l’esistenza dell’ingiusto felice. Prima che, inventando l’aldilà, il cristianesimo spostasse nell’eternità il premio per la buona condotta in Terra, gli antichi credevano che la responsabilità del comportamento individuale si esaurisse in vita, coinvolgendo al limite le generazioni future, ma non l’anima del malfattore.

E allora, come si spiega non solo l’impunità, ma anche la prosperità di chi trasgredisce le leggi umane e divine?

Oggi, sono venuti meno tutti questi fattori: l’istruzione obbligatoria ha svelato agli uomini i misteri della natura, il rigore ecclesiastico irrita i razionali e irride i malvagi, la professione di ateismo è accolta con disinteresse o con benevola curiosità; al contrario, ai buoni è destinato il Paradiso.

Eppure, per Dio si uccide ancora, ancora si condiziona ogni vita.