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Come nasce una persecuzione

Lisia e i Trenta Tiranni

Per anni, si convive pacificamente, con scambi di doni e cordialità. Poi, improvvisamente, l’amicizia si fa diffidente e si trasforma in fastidio.

Si cerca una ragione per motivare anche solo a se stessi le ragioni di questo cambio di rotta. Si scoprono nell’altro difetti prima latenti o tollerati, si evidenziano, si deformano: ci si confronta con altri e si rendono pubbliche tali perplessità.

E più il senso di colpa denuncia l’ingiustizia compiuta, più si accampano pretesti: l’amico di ieri diventa oggi aborrito per la sua pigrizia o il suo disordine o la sua smaccata fortuna.

IL malessere serpeggiante attorno a quella persona diventa strisciante: chi non la denigra ne è complice. Nasce così la persecuzione.

Fino ad ieri, l’amico fumatore sedeva al nostro tavolo. Oggi, viene ghettizzato e accusato di pubblica strage, o almeno di fiacca abulia.

C’è stata un tempo la democrazia: oggi, chi non esprime un pensiero allineato viene tacciato di fascismo, insensibilità, crudeltà. Se prima ci si accaniva contro un delinquente, ora viene processato il giudice.

Se prima i deboli non avevano protezione, oggi ogni licenza è concessa in nome di una tolleranza intollerabile. Un nemico è necessario alla vita: per questo, accaniti savonarola inquinano le opere di beneficenza e attaccano con violenza i fautori della violenza.

Alcuni sociologi di ampia fama, Elias Canetti e Francesco Alberoni in primis, hanno dimostrato che la calamita di un gruppo non è la coincidenza di ideali comuni, ma la coesistenza di uno stesso nemico: ci si unisce non per stima reciproca, ma per collegiale disprezzo.

La natura belluina dell’uomo, educata dalla società, non si estende indiscriminatamente a tutti, ma convoglia contro qualcuno, persona o categoria sociale che sia, dalla cui riprovazione trae linfa la propria originalità.

C’è bisogno di qualcuno di cui sentirsi migliore, per ricreare quell’atmosfera ovattata di generale consenso in cui trascorre l’infanzia: scrisse qualcuno che chiunque abbia avuto una fanciullezza serena vive in esilio il resto della vita.

L’invidia verso pochi fortunati, indegni della loro prospera sorte, esplode in persecuzione: ne fecero le spese gli ebrei, che reggevano la sovrastruttura finanziaria tedesca, le streghe, che conoscevano i segreti della natura, gli untori, che si trovarono nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Anche in Grecia ci fu una persecuzione. Quando, sotto Pericle, Atene si fece capo di un impero, attrasse nelle sue mura una gran folla di uomini intraprendenti che si nutrirono di quella fortuna e la accrebbero.

Venivano a frotte, spesso poveri, sempre ignoranti, ma, con volontà granitica e savoir faire, i meteci, questi extracomunitari di Grecia a cui non erano concessi diritti civili, seppero arricchirsi a danno dei pigri e superbi ateniesi.

Su di loro si indirizzò il rapace occhio dei Trenta tiranni, quando servì un capro espiatorio per espiare i disastri della guerra peloponnesiaca. Lisia che si era visto costretto ad una fuga rocambolesca e aveva pianto la morte del fratello Polemarco, trucidato da quei bruti, denunciò, nel 403, all’assemblea di Atene gli arbitri di cui i trenta si erano macchiati nella celeberrima Contro Eratostene.

Così descrive le origini dell’accanimento contro i meteci: mutatis mutandis, sono parole che si adattano ad ogni epoca e a tutte le persecuzioni: Dopo che i trenta, che erano abietti e crudeli, presero il potere,pur dicendo che bisognava rendere la città pulita e libera dagli iniqui e riportare i restanti cittadini verso la giustizia e la lealtà, pur dicendo queste cose, appunto, non riuscirono di certo a farle, come io vi dimostrerò disquisendo prima sui casi miei e poi ricordandovi quelli vostri. Tra i Trenta, Teognide e Pisone sostenevano che, tra i meteci, ce ne era qualcuno ostile alla costituzione e che quella era un’ottima occasione per moralizzare tutti (in apparenza) e, nei fatti, per arricchirsi. (Sosteneva, infatti) che la città si era impoverita del tutto e che c’era bisogno di una nuova fonte di ricchezze. Convinsero gli astanti senza difficoltà: non concedevano infatti rilevanza alcuna a distruggere gli uomini, ma attribuivano valore infinito all’appropriarsi di ricchezze.

Gli sembrò opportuno arrestarne dieci, fra cui due poveri, per aver difesa nei confronti dell’opinione pubblica del fatto che non avevano ordinato queste cose per le ricchezze, ma che avevano compiuto azioni proprizie alla città.