La sorte del "classico" in Europa

Un articolo di Salvatore Settis

Da tempo, Salvatore Settis si interroga sul valore della scuola in genere e del patrimonio classico in particolare.

Vi riporto un recente articolo comparso su Repubblica del 23 agosto 2005 e diffuso sul web dal fine studioso Nico Narsi. Ci farà riflettere:

Assistiamo insomma a un grande mutamento culturale, caratteristico del
nostro tempo, che comporta da un lato l’iconizzazione del “classico” e
dall’altro la sua marginalizzazione. Ma quest’immagine astratta del
“classico” s’intreccia con la concezione (di tradizione hegeliana) di un
Occidente dalle frontiere ben chiare e ben chiuse, caratterizzato da forte
dinamismo e contrapposto a un Oriente perpetuamente statico. Essa non è solo
strettamente eurocentrica, ma corrisponde alla concezione della civiltà
occidentale come superiore a ogni altra, e pertanto legittimata alle
politiche annessionistiche o egemoniche del colonialismo e della soggezione
economica e culturale.
L’opposizione Greci/barbari viene in tal modo a tradursi in quella
Occidente/altri, riattualizzata e proiettata in Asia o in Africa
. Questa
_reductio ad unum_ della complessità delle culture antiche è destinata a
effetti devastanti, in quanto tende a banalizzare e a svuotare la cultura
“classica” nel momento stesso in cui ne dichiara la superiorità; a
imbalsamarla in immobile icona proprio mentre essa sembra destinata a
diventare il dominio di specialisti sempre meno numerosi, e crescentemente
scompare dall’orizzonte culturale dei cittadini.
Ma a quell’immagine del “classico” come qualcosa di perpetuamente uguale a
se stesso (e a noi), che “appartiene all’Occidente” e solo ad esso, c’è per
fortuna un’alternativa assai attraente. In un saggio brevissimo (_Les trois
humanismes_ , 1956) Claude Lévi-Strauss ha suggerito che la riscoperta dell’
antichità “classica” nel Rinascimento può essere vista come “una prima forma
di etnologia”, poiché allora “si riconobbe che nessuna civiltà può pensare
se stessa, se non dispone di altre società che servano da termine di
comparazione”: la rinnovata presenza dell’antico introdusse così la tecnica
dello “straniamento” come esercizio intellettuale, innescando una
rivoluzione culturale di enorme portata, le cui conseguenze giungono fino a
noi, anzi non si sono ancora interamente dispiegate. Secondo Lévi-Strauss,
il sorgere dell’etnologia fu un’estensione del primo umanesimo: allo studio
degli Antichi (un “altrove” più nel tempo che nello spazio) seguì, per
naturale evoluzione, quello delle civiltà extraeuropee (un “altrove” più
nello spazio che nel tempo). Dei tre umanesimi di Lévi-Strauss, il primo
ebbe dunque per oggetto di studio (o dello straniamento) l’antichità
greco-romana, il secondo le grandi civiltà orientali, dall’India alla Cina
al Giappone; il terzo, le culture un tempo dette “primitive”, quelle “senza
storia” dei NaturvöIker.
In questa sintesi folgorante, Lévi-Strauss ci propone di riconsiderare il
confronto con gli Antichi come una forma di antropologia latente. Il suo
modello interpretativo s’impernia sul Rinascimento, ma la riscoperta del
“classico” (greco- romano) non è qui associata a un sistema stabile di
valori occidentali da contrapporre agli “altri”; al contrario, essa è messa
in serie con la riscoperta delle culture “altre”, in un crescendo che parte
proprio dal “classico”, per estendersi necessariamente a tutte le civiltà.
In questa visione, identità e alterità possono, anzi devono convivere.
Perciò vale la pena di studiare il “classico” greco-romano, precisamente
nella spola fra identità e alterità, e cioè sia perché lo sentiamo “nostro”
sia perché lo riconosciamo “diverso” da noi; sia in quanto esso è intrinseco
alla cultura occidentale e indispensabile a intenderla, sia in quanto ci
apre la porta a studiare e comprendere le culture “altre”; sia perché
serbatoio di valori in cui possiamo ancora riconoscerci, sia per quello che
esso ha di irrimediabilmente estraneo.
L’ età “classica” greco-romana potrebbe allora esser vista come un
gigantesco esperimento di globalizzazione economico-culturale, che culmina
nei secoli centrali dell’impero romano, e della quale abbiamo il vantaggio
di conoscere non solo il momento di formazione, ma anche i meccanismi e i
tempi del finale collasso. La storia culturale dell’età “classica” può
essere (con l’occhio rivolto al presente) il luogo privilegiato di analisi
del confronto fra culture, sia perché si presta all’esplorazione dei debiti
reciproci fra le culture antiche (per esempio Mesopotamia, Egitto, Grecia; o
ancora Etruschi, Romani, Galli, Britanni), sia perché quegli antichi
interscambi culturali ci riguardano da vicino, in quanto da essi (e non da
un’immacolata “classicità” esclusivamente greco-romana) nascono le culture
d’Europa; in quanto, cioè, ci fanno essere quello che oggi siamo.
In questa ipotesi di lavoro, il “classico” può e deve essere ancora oggetto
di attenzione e di studio, non più come immobile e privilegiato gergo delle
élites, ma come efficace chiave d’accesso alla molteplicità delle culture
del mondo contemporaneo, come aiuto a intendere il loro processo di mutuo
interpenetrarsi. Il “classico”, piuttosto che modello immutabile,
ridiventerebbe quello che altre volte è stato, lo stimolo a un serrato
confronto non solo fra Antichi e Moderni, ma anche fra le culture ” nostre”
e le ” altre”; il terreno di sperimentazione e di verifica della stessa idea
di identità culturale come processo di interscambio. Perché l’invocazione e
rinascita del “classico”, proprio come la ricerca di un’identità comune
europea, null’altro è stata ed è che un incessante ricercare i nostri
antenati, che per definizione sono lontani da noi e per definizione ci
appartengono; che ci hanno generato e che noi generiamo e ri-generiamo ogni
volta che li evochiamo nel presente e per il presente. Quanto più sapremo
guardare alla nostra storia (sin dalle sue radici “classiche”) non come una
morta eredità che ci appartiene senza nostro merito, ma come qualcosa di
profondamente sorprendente ed estraneo, da riconquistare ogni giorno, come
un potente stimolo a intendere il “diverso” di oggi attraverso il “diverso”
di allora, tanto più ricca di fermenti e di futuro sarà l’identità comune
europea che è nostro compito costruire.

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