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Lo scroccone impunito

Celestino e la famiglia Gentilissimi di Achille Campanile

 

 

 

La letteratura italiana è sempre stata incline al lamento, alla malinconia, alla tragedia. Solo di rado sono sorti scrittori in grado di conciliare il brio dell’umorismo puro con l’avvenenza di uno stile suadente.

Per questo, Achille Campanile, sintetico fino alla laconicità, sperimentalista fino al nonsense, è un unicum nel prolisso e retorico panorama letterario di epoca fascista.

Una mostra inaugurata a Napoli in questi giorni  (dal 5 al 17 settembre 2005) espone, a beneficio dei tanti ammiratori, gli autografi e le opere prime di un autore che, divertendo il suo pubblico, ha saputo corazzarlo contro le umane debolezze.

Contro la pletora buonista di ogni tempo, Campanile ha saputo riconoscere i limiti di un’educazione sopraffina. L’incapacità di opporsi alla prepotenza altrui, il fastidio verso espressioni e gesti indelicati, la paura del litigio e, peggio, della piazzata possono paralizzare un uomo.

Ed io, che per anni ho ospitato e nutrito sedicenti amiche istallate da mane a sera in casa mia, io, che ho spesso sacrificato la privacy alla paura di dispiacere a qualcuno, sono guarita dalla mia tormentosa acquiescenza solo leggendo Celestino e la famiglia Gentilissimi di Achille Campanile.

Celestino è l’impunito per eccellenza, l’uomo, ahimè molto comune, capace di imporre la sua sgradita presenza e sentirsi ringraziare per questo, il tipo che si finge suscettibile per istillare il senso di colpa nei suoi benefattori, il personaggio che domanda sempre e a cui non si rifiuta mai per paura di veder vanificati anni di cortesia con un’unica recisa presa di posizione.

Il conte Gentilissimi è vittima dell’invadente ospite, che, oltre a non contribuire mai alle spese, getta scompiglio nella routine familiare con le sue pretese e, non cogliendo allusioni, finge di concedere con sufficienza la sua ingombrante compagnia.

Gentilissimi non ha il coraggio di cacciarlo via e non ha la pazienza per sopportarlo oltre: per questo, coinvolge terze persone per millantare false partenze, chiamate alla leva, gelosie di fidanzati, esigenze legali e tutto ciò che possa allontanare Celestino dalla propria villa a Vattelapesca. Inutile dire che ogni iniziativa si risolverà in uno smacco per il gentile conte, costretto a blandire la permalosità dell’ospite e ad acquistare bottiglie di rabarbaro contro i travasi di bile a cui l’arroganza di Celestino e i colpi gobbi della sorte lo sottopongono.

Quando, rassegnati, i coniugi Gentilissimi vorranno almeno trarre qualche vantaggio dallo scroccone, assegnandogli semplici commissioni da fare, avranno un doppio svantaggio: l’ospite sempre in casa  prometterà una gita in balilla e si presenterà con un’adolescente antipatica, millanterà il possesso di un brillante ed esibirà un attore di belle speranze, alienerà la benevolenza del ricco zio Barbagianni confondendo un “bastone dal pomo d’oro” con un pomodoro, un viaggio con gli asini con una gita di istruzione in un riformatorio.

Ciascun episodio si chiude nello spazio di due o tre pagine, spesso dialogate alla maniera di teatro, a volte fitte di lettere di disperazione di Gentilissimi, sempre recapitate per errore a Celestino, che saprà ostentare il suo sdegno e sbafare nuovi inviti a cena.