Quel diavolo di Camilleri.

Un racconto per gli ottanta anni

Mentre mostre e convegni accompagnano, in questi giorni, i festeggiamenti per l’ottantesimo genetliaco di Andrea Camilleri, l’editore Donzelli, finora apprezzato da un mercato di nicchia, fa la sua irruzione nelle vetrine di ogni libreria.

Con un’intuizione geniale, egli aveva contattato, mesi addietro, il re Mida dell’editoria nostrana per commissionargli l’introduzione ad un bel racconto lungo di Jacques Cazotte, un eclettico intellettuale francese del Settecento, misticheggiante ed antirazionalista, che concluse sulla ghigliottina la sua eccentrica esistenza.

Il diavolo innamorato era già comparso diverse volte nei cataloghi italiani per subito sparirne, schiacciato dalle dure leggi della distribuzione. Eppure il racconto ha un suo innegabile fascino ed è spontanea l’identificazione del lettore con Alvaro Maravillas, l’avvenente avventuriero che sedusse pure il diavolo.

L’abilità narrativa di Cazotte rende quasi credibile che Belzebù, invocato dal protagonista, suggestionato dalla sua sicumera, abbandoni le sembianze luciferine per diventare donna, dolce, bella ed innamorata. La boria degli uomini, che creano divinità antropomorfe e si immaginano superiori ad ogni legge metafisica, porta Alvaro ad invaghirsi a sua volta della remissiva fanciulla che solo alla fine riprenderà le orribili sembianze luciferine, lasciando il protagonista a torturarsi tra il terrore dell’eterna dannazione e la speranza di aver vissuto un incubo più verisimile del solito.

Proprio da questo racconto Todorov trasse la sua celeberrima definizione del genere fantastico come quell’insieme di opere che oscillano tra lo strano e il meraviglioso.

Ma non è di Cazotte che vorrei parlare; ipocrisie a parte, tutti sappiamo che, senza la firma di Camilleri, questo racconto sarebbe stato acquistato da un centinaio di appassionati e poi defalcato dal catalogo senza grossi drammi.

Il racconto introduttivo, lungo appena venticinque pagine, è incentrato su Bacab, diavoletto tentatore che, vistosi sfruttato dalla Cupola (termine chiaramente mafioso con cui è indicato il quartier generale infernale), ne boicotta la diabolica riuscita e, con un’operazione di ingegneria genetica ante litteram, raddrizza i geni malati di un bambino destinato a diventare un uomo crudele e ne fa un santo.

Ciò lo rende inviso non solo ai demoni suoi pari, ma anche agli angeli che, con l’Inferno, hanno raggiunto una sorta di cordiale intesa in tutto simile alla tolleranza con cui la nostra Sinistra commenta le imprese governative.

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