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Il burocrate onesto

Pompeo visto da Plutarco

Chi è Pompeo?

L’enfant prodige della storia romana, l’adulescentulus carnifex che, ancor giovanissimo, ebbe i mezzi e la fortuna per trionfare a Roma?

Il serio imperator che approfittò del potere maius et infinitum decretatogli dal Senato per liberare i mari dai pirati e risistemare, in Asia, il caotico coacervo di re vassalli e di indomiti libertari, e che, dopo aver vinto tutti, tornò nell’Urbe solo e disarmato per porre ai piedi del Senato le sue vittorie?

Il meditabondo triumviro che sacrificò alla lealtà verso lo Stato denari, onori e affetti e seppe essere marito premuroso di cinque mogli e genero fedele di un intemperante suocero come Giulio Cesare?

Il fuggiasco di Farsalo, la vittima del genio militare cesareo, l’uomo stanco che recitava la parte di se stesso e che fu ucciso proditoriamente, senza altre esequie che una pira di fortuna su cui fu arso un corpo senza la testa, che, imbalsamata e profumata, fu offerta a Cesare dal vile Tolomeo?

Plutarco non ama le fanfare di guerra, non si diletta di strategie militari, non sa valutare il soldato. Egli sa leggere l’animo dei suoi personaggi e restituirci un Pompeo privato, dall’animo onesto fino alla dabbenaggine, convinto di essere stato scelto dalla Fortuna e di non dover temere i tradimenti della sua buona stella.

In lui non c’è improvvisazione né genio né strategia: egli sa invece gestire i territori, riordinare le province, amministrare con generosità un esercito personale numeroso e fedele.

Non ha carisma e non innamora: eppure, nello sfacelo morale e materiale in cui spirò l’età repubblicana, egli fu il solo baluardo dell’ordine e delle leggi contro l’improvvisazione quasi teppistica di Cesare, che aveva in sé la rapacità degli antichi romani.

Eppure, è più moderno Pompeo con il suo rispetto per l’autorità costituita e il mos maiorum, con la sua monogamia, con la sua lealtà.

Sicuramente, fu un protagonista della sua epoca. E’ però anche un personaggio letterario quando viene immortalato dopo la disfatta a Farsalo, quasi impazzito, in preda di un furioso dialogo con se stesso in cui cerca di convincersi che davvero è finita, davvero Cesare è il padrone di Italia, davvero la fanteria del nemico può penetrare fino ai suoi accampamenti.

E sulla sua testa mozza non pianse solo il suo grande avversario.