
La meritoria opera di catechizzazione verso la Divina Commedia condotta da Roberto Benigni non è una crociata, ma un’esigenza culturale di prima grandezza.
Apprendo con un sospiro di sollievo che la notte bianca romana, cioè quella ininterrotta serie di canti, concerti e spettacoli con cui la città rifiuta, semel in anno, l’apatia della sera e si dimostra viva e positiva, sarà inaugurata da un recital del popolare attore, che declamerà versi del Poema immortale.
L’appuntamento, sabato 17 settembre alle 21.00 in piazza del Campidoglio, sarà divulgato e trasmesso con l’ausilio di schermi giganti. Si prevede, quindi, un’affluenza significativa. Certo, la fama dell’attore è tale da far scommettere sulla buona riuscita di qualunque sua iniziativa e quasi tutti si accamperanno in piazza in omaggio al declamatore e non all’opera; tuttavia, il ritorno ai fasti di un’opera imperitura non più che commuovere.
In Toscana, mi dicono, Dante è sottratto alle discettazioni (o peggio alle pontificazioni) di ambito accademico e travalica gli angusti confini liceali per farsi patrimonio popolare. Celebri terzine si ripetono di padre in figlio come proverbi, aforismi, modi di dire che testimoniano l’attaccamento della regione al poeta che più di tutti la amò e la biasimò.
Benigni, così, ci dà lezione di letteratura popolare più che di esegesi dantesca e appunto questa matrice confidenziale rende il poema ammiccante e interessante.
Come gli aedi del passato, egli, moderno cantastorie, non si avvarrà di supporti grafici, ma riproporrà a memoria i versi che accompagnarono la sua vita. Non c’è altro modo di padroneggiare la poesia: se non si impara, se non si assapora, ascoltando e riascoltando, la musicalità dei versi, se non si ripete nei momenti di sconforto, di tristezza o di noia, la poesia muore.
La Divina Commedia non è un romanzo che incuriosisce per la trama e viene poi accantonato: è un’irripetibile esperienza di vita, un soprannaturale virtuosismo poetico e come tale deve essere introiettato e trasmesso di generazione in generazione.
Proprio oggi, leggendo un bestseller che di letterario non ha nulla e che riempie una giornata nuvolosa per poi essere dimenticato senza rimpianto, leggendo Spettri di Andrew Klavan, dicevo, mi sono imbattuta in una citazione dall’Inferno.
Se dunque la Divina Commedia ha saputo travalicare ogni confine spaziotemporale per giungere ancora vergine nel XXI secolo, deve essere assaporata da noi in ogni dettaglio e poi trasmessa ai nostri figli con lo stesso amore con cui ce l’hanno insegnata.
Roberto Benigni va ringraziato perché sa appassionarsi ad un testo e sa comunicarne l’insostenibile bellezza anche a noi, imbarbariti da anni ed anni di mediocrità televisiva.

Benedetta Colella








