E’vero, ma non ci credo!

Il rapporto con l’indovino fra rassegnazione e rivolta

Nudo e sovraesposto ai colpi del destino, inerme al cospetto di imperscrutabili disegni di Dio o del Caso, l’uomo da sempre sogna di poter antevedere il suo futuro e magari di modificarlo a suo piacere.

La preoccupazione nasce dal pessimismo: nell’orizzonte buio di ciò che sarà, l’essere umano si avventura con le stampelle della previdenza e poco importa la consapevolezza che si angustia il presente temendo eventi che al 90% non avverranno e al 10% non potranno essere risolti.

Per questo la Chiesa ha sempre osteggiato indovini e millantatori (già nella Divina Commedia gli indovini sono puniti ché da le reni era tornato ‘l volto, /e in dietro venir li convenia,/perché ‘l veder dinanzi era lor tolto(Inf. XX, 13-15) fino alla recentissima proibizione ai fedeli di dilettarsi nella lettura addirittura degli oroscopi.

L’eroe greco diventa tragico quando la sua smania di conoscere il futuro e di interloquire con gli dei viene amputata dall’incapacità di cogliere i segni che, tramite aruspici ed indovini, gli vengono confusamente predetti.

Di qui nasce la ribellione dei protagonisti contro l’arte mantica, che beffa sempre la limitatezza dell’umano ragionamento. Già nell’Iliade, Ettore infierisce contro Polidamante, che suggerisce la ritirata: “Mi consigli di scordarmi della decisione di Zeus tonante, di quanto mi ha promesso e assicurato, e poi m inviti a prestar fede agli uccelli in volo ad ali spiegate! No, non ci bado e non me ne do pensiero. Possono ben andare a destra, verso l’aurora e il sole, come a sinistra, verso l’oscuro occidente! Noi, vedi, ubbidiamo al volere del grande Zeus, che regna sovrano su tutti i mortali e su gli dei immortali. C’è un solo presagio per me veramente buono combattere per la patria!” (Il.XII, 233ss)

Ulisse non tornerà: se ne dice sicuro Eurimaco, uno dei proci, che si rivolge così all’indovino che predice il contrario: “Di uccelli ai raggi del sole ne volano tanti, né tutti annunziano il fato. E’ certo che Ulisse è morto lontano e fossi così morto anche tu con lui, che le stolte tue profezie qui non udremmo” (Od. II, 181/184)

Sofocle, nonostante la sua eusèbeia, farà mostrare un’analoga insofferenza a Creonte verso Tiresia (O vecchio, tutti voi scagliate le vostre frecce contro di me, come arcieri su un bersaglio…già in passato tu e i tuoi simili avete mercanteggiato sulla mia pelle” Antigone, vv.1033-1036) e ad Edipo (“questo stregone che fabbrica tranelli, questo ciarlatano che pensa solo ad arraffare, ma nella sua arte è cieco dalla nascita” Edipo Re, vv.386-389).

Anche Penteo, irritato per la diffusione del culto dionisiaco, non risparmia ingiurie all’indovino: “Tu, Tiresia, tu gli hai messo in mente queste cose. Il tuo obiettivo ora è di introdurre fra gli uomini questo tuo dio, questo dio novello, e continuare a scrutare i pennuti e a fare i soldi con i sacrifici”- Baccanti vv. 255-257)

Tutte queste accuse sono accomunate dall’inanità rispetto al fato: i personaggi potranno ben brontolare, ma gli eventi daranno ragione ai bistrattati indovini. Diverso, e per questo più umano, è il discorso del messaggero di Menelao, quando scopre che Elena non tradì mai il suo sposo. Quanto sangue non sarebbe stato sparso, allora, se gli indovini avessero parlato chiaro (“Vedo ora quanto vane e piene di pregiudizi sono le arti dell’indovino[…]E’ certo da ingenui credere che gli uccelli siano d’aiuto ai mortali. Calcante non disse né mostrò all’accampamento gli amici morti di strage, pur vedendoli, e neanche Eleno, ma la città fu espugnata invano. Potresti dirmi: perché il dio non voleva?E perché allora pratichiamo l’arte mantica? Bisogna che gli uomini, con i sacrifici, chiedano agli dei ogni bene e lascino da parte le previsioni” (Elena, vv.744-754)

In questo sfogo di Euripide può leggersi la delusione dell’uomo ateniese di fronte ai molti oracoli filospartani durante la guerra del Peloponneso.

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