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Il figlio abbandonato

L’infanzia di Alessandro Manzoni

A Milano tutti sapevano che il vecchio don Pietro, nobile decaduto e privato finanche del titolo, si imbarcava in un’avventura difficile da gestire sposando Giulia Beccaria, figlia del suo più famoso coetaneo Cesare, che, in pieno periodo illuministico, si era distinto chiedendo a gran voce l’abolizione della pena di morte.

Pensieri curiosi, quelli espressi dal suocero in Dei delitti e delle pene, pensava il codino e reazionario sposo; metodi discutibili, quelli con cui aveva cresciuto la figlia, bella per l’intelligenza sprigionata dagli occhi chiari e per lo spirito di libertà che tutta la animava.

Non era un matrimonio d’amore: Giulia si era compromessa troppo con il suo fare libertino ed occorreva per lei un matrimonio riparatore.

Quando, dopo tre anni, la sposa annunciò la sua gravidanza, nessuno credette neppure per un minuto che il vecchio Pietro, affetto, pare, da impotentia coeundi, fosse stato protagonista di un senile ritorno di passione; piuttosto, appariva sospetta la tenera amicizia che legava la spregiudicata ragazza allo spiantato Giovanni, pecora nera dell’intellettualissima famiglia Verri.

Se la letteratura italiana saprà trarre giovamento dal proficuo cumulo dei geni di Cesare Beccaria con quelli di Pietro e Alessandro Verri, la famiglia Manzoni accoglierà tiepidamente il frutto della passione scandalosa.

Pietro fu un signore: riconobbe il figlio e non ripudiò la moglie, ma chi può dire quali umiliazioni, quali sadismi si consumarono nel chiuso di villa Manzoni, a via san Damiano? Alessandro aveva solo sette anni quando la madre, stanca di “procacciarsi il Paradiso a forza di patimenti qui in terra”, con un atto di egoismo intollerabile, abbandonò marito e figlio per iniziare, a Londra prima e a Parigi poi, una nuova e più brillante vita in compagnia del ricco e giovane amante Carlo Imbonati.

Oggi al capezzale del bimbo abbandonato accorrerebbero stuoli di psicoterapeuti infantili, ma, nel 1792, nessuno si curò del piccolo Alessandro, che pure sviluppò a partire dal trauma una leggera forma di balbuzie che si aggraverà poi con la crescita.

E siccome un padre non è solo una circostanza biologica, il giovane Manzoni venne fortemente condizionato dalle fisime del vecchio Pietro e della terribile zia monaca, che imponeva uno stile di vita spartano e alieno da ogni gesto d’amore.

Questa fu la realtà del futuro scrittore: stanze tetre in cui mai venivano aperte le finestre, preghiere e rosari più e più volte al giorno, parlare misurato e silenzioso, nessuna carezza, nessuna lode e nessun biasimo, solo una fredda cortesia che lasciava l’animo contrito e ferito.

Leopardi trovò conforto almeno negli studi. Manzoni fu costretto a frequentare le più reazionarie e retrive scuole cattoliche lombarde, in cui trionfavano le ore di catechismo e imperversavano quelle del più nozionistico latino e del greco più mnemonico.

Nel triste istituto milanese dei padri Comaschi, discepolo di un tale di cui mi saria vergogna esser maestro (così stigmatizzerà i suoi insegnanti in In morte di Carlo Imbonati), Alessandro assaporò poco la letteratura italiana e per nulla la filosofia e fece convogliare il suo dolore e la sua disperazione in atti di contestazione e in birbanteria che gli valsero parecchie note di demerito. Chi avrebbe potuto prevedere, allora, l’immortalità di quello strano ragazzo?