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Non farmi ridere

Antifone mostra le insidie del mestiere di comico (fr. 191 K.)

La comicità sguaiata propostaci dai media, fatta di volgarità e di squallide allusioni, ha imbarbarito il gusto degli spettatori. Se ridere è considerato una panacea universale, farmacologicamente testata, e se la serietà è diventata sinonimo di noia, basta un nonnulla, oggi, per darsi ad una rozza risata, che riecheggia nel vuoto dell’intelletto.

L’umorismo raffinato dei classici non attrae più: di fronte all’immmediatezza di una parolaccia o di un riferimento erotico, impallidiscono le frasi ad effetto di Achille Campanile, le malinconiche riflessioni di Menandro, le bonarie ottave di Ariosto.

Nell’attuale mercato della risata, è semplice improvvisarsi comici e lanciare un nonsense che diventerà per mesi slogan e tormentone di chi non ha nulla da dire.

Avrebbe vita facile, oggi, Antifane, che, invece, nel IV secolo a.C. soleva lamentarsi della difficoltà del proprio lavoro.

Invidiando i successi del coturno, veri e propri saccheggi dalla mitologia, il più importante comico della misconosciuta commedia di mezzo fa dire ad un suo personaggio: La tragedia è poesia davvero in tutto fortunata, se già prima gli argomenti sono ben noti agli spettatori, prima ancora che qualcuno apra la bocca: sicchè al poeta tocca solo ridestarne la memoria. Se solo fa il nome di Edipo, sanno già tutto il resto: il padre Laio, la madre Giocasta, che figlie, che figli ha, che cosa gli capiterà, che cosa ha fatto. Se poi qualcuno fa il nome di Alcmeone, anche i bambini hanno già detto tutta la storia, che impazzito uccise la madre e che, dolendosi del misfatto subito se ne andrà e di nuovo tornerà…poi, quando non riescono ad inventare più nulla e l’azione cade stancamente, sollevano come un dito la macchina e gli spettatori sono appagati. Per noi è tutto diverso, ma dobbiamo inventar tutto, nomi nuovi, l’antefatto, l’azione in corso, il finale e l’esordio. E se una sola di queste cose tralascia un Cremete o un Fidone, è cacciato a fischi A Peleo e a Teucro, invece, è permesso far questo (trad. G. Rosati)

Oggi è vero il contrario: il comico di turno pronuncia, con tono tra il meravigliato e lo scandalizzato, Silvio Berlusconi e la platea esplode in un furore di applausi. Neppure un minuto, ed ecco il nuovo input, il telefonino!, esige il suo tributo di grida entusiastiche. Non c’è bisogno di raccontare un aneddoto: nella parola chiave tutto è detto.

Per commuovere l’uditorio, si ricorre, oggi, alle pseudosagre familiari, ai ricongiungimenti tra emigranti, alle agnizioni tra madri e figli, che si consumano tra l’una e l’altra pubblicità delle reti televisive.