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Il cammino delle parole

L'etimologia del nomade tratta da un mio articolo pubblicato su Drome magazine n.2

IL CAMMINO DELLE PAROLE

Parole usate ed abusate, frasi fatte che erompono a sproposito nel dire comune, dislessie ed errori…molte volte, nel parlar quotidiano, le parole antiche vengono volgarizzate e storpiate fino a diventare irriconoscibilmente lontane dal lessico contemporaneo.

Diciamo di un amico che bazzica volentieri attorno a casa all’ora di pranzo che vuol mangiare ad ufo, senza sapere magari che gli alieni sono del tutto estranei alle sue discutibili abilità da portoghese e che la formula nasce da una sigla, A.U.F. (ad usum fabricae), indicante la destinazione di determinate derrate, offerte senza corrispettivo in denaro, per l’abbellimento di una città. Siamo in pieno Rinascimento e le città, A.U.F., crescono in maestosità e prestigio.

Ci sentiamo piantati in asso pur senza giocare a scala 40 e non sappiamo che all’origine dell’espressione c’è la triste storia di Arianna, abbandonata da Teseo sull’isola di Nasso.

Quando apostrofiamo qualcuno come cattivo, sappiamo o no che lo stiamo associando a Belzebù?

In latino captivus vuol dir prigioniero (dalla radice di capio, prendere), ma i predicatori medievali arringavano il loro rozzo e incolto uditorio a non diventare captivi diaboli, prigionieri del diavolo.

Il diavolo sparì; rimase la crudeltà.

I nostri nomadi, persone senza fissa dimora, dediti ad esistenza errabonda, devono il loro nome all’esatto contrario: il greco nomas si basa sulla radice nemo (io risiedo, io abito).

Che cosa è successo? Immaginiamo il nostro uomo primitivo, quando si accorge che, piantando un seme, avrà un frutto, quando, con la rivoluzione agraria, modifica la terra, la fa propria, la cambia per sé piuttosto che cambiare per lei.

Addio, migrazioni lontane! Addio, viaggi senza meta sotto il pungolo della fame!

L’uomo si stanzia in un territorio, costruisce case, coltiva campi, alleva animali. Capre, mucche, pecore, però, hanno bisogno di ampi pascoli e non si adattano ai nuovi confini.

Il nostro cittadino, il nomas, deve portarle nei campi, ai pascoli, allontanandole dalla civiltà, alla ricerca di prati sempre più verdi, di alpeggi sempre diversi.

Quando tornerà a casa, sarà un diverso: gli altri, nello schematismo strutturale e urbanistico, si sono fatti cittadini, polites; a lui resta attaccato il nome antico, nomas, con un leggero senso spregiativo.

Per secoli il nomade è rimasto estraneo alla società. Solo oggi la sua emarginazione ha termine e la collettività rivaluta un modus vivendi libero da àncore e legami, associando il suo nome alla spinta vitale al cambiamento contro la stasi mortifera della civiltà.