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L’anonimo ignorante

Lo stile barocco nell’introduzione ai Promessi sposi

Al di là dei già dibattuti motivi per cui Manzoni si serve dell’espediente dell’anonimo nell’introduzione del proprio romanzo, colpisce in una disanima attenta dello stile del pastiche la grande capacità mimetica di cui l’autore dà prova.

Se le caratteristiche cruciali del Seicento stanno in una estremizzazione dei sentimenti, in una polarizzazione delle prospettive, in una opposizione di termini antitetici, ciò compare, prima ancora che nella trama del romanzo, nella costruzione, roboante ed insieme semanticamente povera, dell’incipit.

I latinismi, innanzitutto, intossicano il testo: dal paradosso per cui un termine latino, Historia, apre il più grande romanzo della letteratura italiana alla quasi totale assenza di articoli determinativi, l’intero testo è disseminato di forme tratte dalla lingua di Cicerone.

Eppure, l’anonimo non è un fine latinista e le sue formule artificiose cedono ad una analisi più attenta: il barbarismo luochi, che mantiene la c latina ma dittonga, alla maniera volgare, la vocale di locus, la u consonantica imposta fino all’esasperazione, ma improvvisamente dimenticata in verde,

il raddoppiamento della consonante che, talvolta e senza regola, segue vocali latine lunghe (da Deffinita in poi), il conio di neologismi nati da errori ortografici, come per locchè .

Nella sua prosa immaginifica e metaforica, molte allegorie non appaiono del tutto congrue e diversi piani semantici, non tutti eleganti, si sovrappongono in maniera confusa, mirando alla meraviglia del lettore e non alla comprensione. La storia, intesa come guerra contro il tempo e, nel primo periodo, rappresentata attraverso scene belliche, viene trapuntata da fini tessitori (ossia gli intellettuali) che non si peritano di imbalsamare cadaveri tra fili d’oro e di seta.

Del resto, anche le immagini più luminose, come l’improbabile costellazione di potenti che, con attenta gerarchia, va ad illuminare (non sempre con successo) la vita degli umili, sono viziate da pennellate macabre o cupe o misteriche, secondo un gusto solo barocco.

La ridondanza, esplicitata nei fastidiosi poliptoti (solo che le sole, parte…parti), nelle maiuscole rimarcanti i concetti più roboanti, nella somma di citazioni dall’astronomia, dalla mitologia e dalla filologia, è espressione della vile captatio benevolentiae che fu espressione dell’epoca.

Facendo la tara dalle figure retoriche e dal profluvio di parole roboanti, resta un contenuto ben povero a dimostrazione che l’anonimo per primo non seppe distinguere tra sostanza e accidente, secondo l’accusa da lui stesso mossa ai critici che eventualmente avessero criticato il suo atteggiamento omertoso verso il potere