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Il primo manifesto femminista nel mondo

Medea e l’eroismo muliebre (vv. 230/251 e 263-266)

L’eterno mistero femminino da sempre affascina ed intimorisce l’altra metà del cielo. La capacità tutta muliebre di aggrapparsi all’amore e di farne il centro gravitazionale dell’ esistenza è una realtà anche oggi, nonostante le conquiste lavorative e sociali.

Figurarsi nel passato, quando, per una donna, non c’erano alternative all’attesa, nel gineceo, del marito reduce da una giornata di svago tra piazza e palestra.

Questa vita insoddisfacente provocava certo malumori esasperati dalla freddezza di mariti più dediti all’alcova con ragazzini e prostitute che al talamo coniugale.

Quanto rancore alberga, ad esempio, nelle parole di Medea, tradita da Giasone!

La virulenza della passione non toglie nulla alla lucidità delle sue idee, rivoluzionarie, certo, ma screditate dalla triste situazione di colei che le pronuncia, straniera, donna, in odore di stregoneria e quindi totalmente delegittimata agli occhi degli spettatori ateniesi.

Quel mondo maschilista e razionale tremò, tuttavia, quando, sulla scena, un uomo con la maschera tragica di Medea declamò questo sfogo rivoluzionario: “Fra tutte le creature che sono provviste di anima ed hanno raziocinio, noi donne siamo la specie più sfortunata: innanzitutto, con gran profluvio di ricchezze, dobbiamo acquistare un marito e prendere così un padrone per il nostro corpo: e questo è un male ancor più doloroso del precedente. E in questa operazione c’è l’ immensa incognita: sposiamo un uomo premuroso o un malvagio? Per noi donne, infatti, il divorzio è un disonore e non è possibile lasciare lo sposo. Bisognerebbe essere un’ indovina per prevedere (non avendolo imparato in famiglia) quali costumi e leggi rispetti il compagno di letto con cui dobbiamo avere a che fare. E se lo sposo coabita con noi, che pur ci diamo da fare, sopportando il legame matrimoniale senza fatica, l’esistenza diventa invidiabile. Altrimenti, meglio morire. Quando un uomo sente fastidio nello stare con i suoi familiari, andando fuori sgombra il cuore dalla noia. Per noi è invece necessario guardare ad una sola persona: Ci dicono che viviamo in casa una vita priva di pericoli, ma io preferirei starmene tre volte dietro uno scudo piuttosto che partorire una volta sola.[…] Una donna in tutte le altre cose è piena di paura, come pure è imbelle nel rapportarsi alla violenza e alle armi, ma nessuna altra creatura è più sanguinaria quando viene ferita nella passione.

Naturalmente, Medea non fa da portavoce alle idee di Euripide, che, anzi, ribalta subito questa opinione elencando, per bocca di Ippolito, tutti i difetti che la tradizione misogina attribuisce alle donne. Se Atene accolse lo sfogo di Medea come un’ulteriore dimostrazione della pericolosità sociale di una donna emancipata, non sfugge oggi la drammatica concretezza di tanta disperazione.