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Tradurre Erodoto

Un pensiero di Pietro Giordani (1821)

 

La musicalità del narrare erodoteo è costantemente svilita e calpestata dalle traduzioni, che non riescono mai a trasmettere il tono affascinante con cui sono narrate le sue storie.

Se ne lamentava già nell’Ottocento Pietro Giordani, quando, nelle Istruzioni sull’arte dello scrivere,annotava che:

“Troverai Erodoto narratore unico nel suo genere; e  il solo secondo tutti gli scrittori (secondo me) impossibile ad essere bene tradotto; è molto meno difficile ad essere superata la tanto decantata arduità di Tucidide; sommo raccontatore, in altro genere: e il primo degli uomini di Stato.

Se hai imparato a pronunziare il greco, non alla maniera corrottissima dei moderni, ma all’antica, sentirai, leggendo il buon Erodoto, un’armonia somigliantissima a quela del Cavalca nella Vita dei Padri.

Non temo d’ingannarmi in ciò:essendo stato costretto di acconsentirmi il primo poliglotto (sic!) di questo secolo, anzi di tutti i secoli, Giuseppe Mezzofanti: il qulae non voleva rimuoversi da quella pronuncia del greco, né soffrire che altri leggesse a lui diversamente: ma pur cedendo a me, e sopportando che gli leggessi a mio modo l’Erodoto, sentì e confermò anche egli quella rassomiglianza di armonia tra lo Ionico e lo scrittore Pisano”