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Un attore pagato troppo poco

Ritratto della classe docente su Repubblica del 7 ottobre 2005

Vi riporto l’interessante articolo di Cristina Nadotti apparso oggi su Repubblica: offre lo spunto per parecchie riflessioni.

Edoardo Albinati, scrittore, poeta e narratore, è uno dei tanti docenti in
trincea, uno dei tanti che tornano a casa senza voce, che ogni giorno si
devono inventare un’interpretazione da attore per fare in modo che
l’attenzione non cali in classe, uno dei tanti che scavano in fondo a sé
stessi per trovare, dopo anni, le motivazioni per fare il loro lavoro.

Dal 1994 insegna lettere nel carcere di Rebibbia, ma pur nell’eccezionalità
della sua scuola è una voce della categoria.

Com’è il lavoro dell’insegnante?
“Io lo vedo molto come un lavoro fisico, che sfinisce. Stare in classe è
faticoso, dal liceo “bene” all’istituto tecnico di borgata gli insegnanti,
se sono davvero tali, ogni giorno eseguono delle “performance attoriali”.
Immaginate un interprete teatrale che ogni sera salga su un palcoscenico,
quanto impiega per ridursi a pezzi? Alla fine c’è proprio il logorio fisico,
e per tutto questo si ricevono due soldi”.

La retribuzione, un punto centrale.
“In termini economici gli insegnanti sono una categoria depressa. Non vorrei
suonare scettico, ma bisogna anche ammettere che è un serpente che si morde
la coda
. Sono molti coloro che dicono “io do per quello che mi viene dato” e
che non fanno della qualità l’essenza del loro lavoro. Del resto le uniche
motivazioni per fare questo mestiere sono personali e c’è molta gente che
non lo sceglie, ci finisce per caso. Una volta che ti ritrovi a insegnare, o
hai qualcosa da dare umanamente, oppure sei perdente in partenza”.

Sembra un mondo di solitari depressi.
“Solo gli studenti possono aiutare un insegnante. La sua famiglia non ne può
più, i colleghi, se non ostacolano, non aiutano e le famiglie sono il vero
male della scuola, perché la caricano di responsabilità che non le
competono”.

Eppure ogni volta che un adolescente è coinvolto in un fatto di cronaca la
scuola è tirata in ballo.
“Appunto, non si capisce perché la scuola deve accorgersi del disagio dei
ragazzi e la famiglia no. Ho quattro figli, frequentano dalle scuole
elementari all’università, ho un buon punto di osservazione della situazione
e ogni volta resto sbalordito da ciò che i genitori pretendono dagli
insegnanti. La scuola fa fatica a dare un’istruzione accettabile,
figuriamoci se può farsi carico di tutti i problemi dell’educazione”.

Ma insomma, cosa si salva del mestiere di insegnante?
“Il rapporto con gli studenti. Sono gli unici che possono aiutare. Ne
bastano tre o quattro in una classe che lavorino insieme a te per tirare il
gruppo. Sono vitali ed è drammatico quando se ne perde uno. Io ho avuto un
pessimo inizio di anno scolastico: uno dei miei studenti migliori è morto
d’infarto, viste le condizioni delle carceri italiane è stato sottovalutato
il suo stato di salute. Saperlo non è stato solo un grande dolore personale,
ha messo in discussione la mia attività professionale”.

Qual è la cosa che la irrita di più quando i politici parlano di scuola?
“Non sopporto l’espressione ’spendibilità del sapere’. Passa l’idea che
tutto quel che si fa a scuola sia volto al risultato finale, abbia valore
solo per il conseguimento di un titolo, di un diploma. Non è così, gli
insegnanti devono riscattare il tempo reale della scuola, impegnarsi in
qualcosa che funzioni in quel momento, quella mattina. E’ questo che fa la
differenza tra una bella lezione e una brutta e se poi quel che si è detto e
fatto serve per il futuro tanto meglio, ma non si può pensare solo al
traguardo finale”.