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Per trenta denari

Socrate, come Gesù, fu valutato trenta denari

 

 

 

 

Avrebbe potuto imbastire una scenografia di grande effetto, declamando un’orazione di Lisia, esibendo le lacrime della moglie Santippe e dei bambini, ostentando le ferite di guerra, scivolando nel pathos di una infervorata apologia.

Non sarebbe stato Socrate, però, se avesse ceduto a tali tentazioni, se avesse rinunciato, nei momenti fatali del processo, al suo discusso stile di vita, alla sua appassionata attività pedagogica.

Così, ringraziò Lisia e ne declinò l’offerta, congedò la famiglia straziata e si pose di fronte alla giuria forte solo della verità e della protezione del suo daimon.

Forse, Socrate cercava il martirio: a settanta anni, le sue aspettative di vita erano comunque poco incoraggianti, sicuramente meno della prospettiva di una fama imperitura, sicuramente meno di quella curiosità metafisica che, nel suo filosofare, aveva soffocato assieme alle teorie cosmogoniche della scuola ionica e che, forse, sul finire dell’esistenza, risorgeva impellente.

Per questo, al processo, Socrate non solo non si umiliò a cercare una captatio benevolentiae (a cui i giurati erano avvezzi), ma sferzò i giudici, ironizzò con loro, li provocò fino ad estorcere quasi una condanna a morte.

Avrebbe potuto convertire la pena, proporre un’alternativa alla morte, una pena meno definitiva da scontare. Ricusò l’offerta con questo provocatorio discorso: “Quale pena? Senza dubbio quella che mi merito, non è vero? E cosa merita un uomo come me che ha sempre sacrificato i suoi interessi, la sua ambizione personale per fare del bene ai suoi concittadini? Un premio, ecco quello che io merito, il premio che gli ateniesi conferiscono a tutti i benefattori della città, nobili, generali, vincitori dei Giochi olimpici: il mantenimento a spese dello stato nel Pritaneo. E credo anzi di meritarlo più io, questo premio, che non gli sportivi delle corse a piedi o a cavallo: le loro vittorie, infatti, vi fanno sembrare felici, le mie parole ve lo fanno essere. Dunque, la pena che mi spetta è di essere mantenuto nel Pritaneo.

Eh, sì, lo sento. Pensate che sia il solito orgoglio dispettoso a farmi parlare così. Ma non è vero. Io sono persuaso di non aver mai fatto ingiuria a nessuno, volontariamente. Quindi non mi pare nemmeno giusto fare ingiuria a me stesso, ammettendo di essere meritevole di una grande pena. E poi, quale pena? Quella che richiede Meleto, la morte, io non so se sia un bene o un male; ma le altre che potrei proporre io, quelle sì, sono sicuro che siano un male.

Dovrei chiedere il carcere? Già e così passare il resto dei miei giorni imprigionato? Un’ammenda in denaro? Ma sarebbe proprio lo stesso, perché non ho soldi e quindi dovrei stare sempre in carcere….Anzi, no, possiedo una mina d’argento. Allora propongo di multarmi per una mina d’argento…Ci sono qui dei compagni che vogliono farmi aumentare l’ammenda. Sono Platone e Critone ed anche Apollodoro: garantiscono sul mio conto per trenta mine. Giudicate voi”

 La somma del riscatto è volontariamente esigua: con una mina d’argento si può appena riscattare uno schiavo. La cultura cristiana, che ha attinto a piene mani dal mondo greco, ripropone questa cifra. Per trenta denari, infatti, Giuda tradirà Gesù.