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La legge è veloce per tutti

Magistratura e tribunali nella Grecia antica

Forum, il popolare programma condotto da Rita Dalla Chiesa, ha preso spunto da una passione per i processi tipicamente greca.

Tra i divertimenti, gli ateniesi annoveravano anche assistere, o partecipare come giudici popolari, alle rissose controversie che si discutevano davanti ai giudici. Erano favoriti, in questo, dalla snellezza del procedimento: pochi avrebbero avuto la pazienza biblica di sopportare i rimandi, gli aggiornamenti, i ritiri in giudizio e le procedure complesse che rallentano, tra la rassegnazione generale, la nostra elefantiaca macchina giudiziaria.

Ad Atene, i processi si sbrigavano in giornata e venivano aperti non su iniziativa di un pubblico ministero che difendesse i diritti di tutti i cittadini, ma di un singolo e privato accusatore, che poteva agire per interessi personali o in nome dell’equità sociale.

Nessun avvocato, dunque, nessun giudice di professione poteva soffocare, sciorinando articoli di legge, l’umanità delle decisioni.

A giudicare gli uomini, erano chiamati altri uomini, seimila per la precisione, almeno trentenni, in possesso dei diritti civili e non della malizia forense, retribuiti simbolicamente con due oboli (mezza giornata di lavoro operaio).

Del resto, non c’era neppure il tempo per ricorrere agli artifici dei patrocinatori: ogni processo doveva concludersi in giornata, a meno che Zeus non manifestasse con un’acquazzone il proprio dissenso dalle perorazioni assembleari.

Bando alla retorica, dunque!

Ogni intervento, regolato, per par condicio, dalla clessidra, doveva essere improntato alla concisione, alla chiarezza e al pathos. I logografi più incisivi, Lisia in primis, erano richiestissimi.

Sentite, in assoluto silenzio, le posizioni contrarie, i giudici esprimevano il proprio inappellabile verdetto.

Un forte freno ai facinorosi e ai delatori di professione era la clausola per cui chi ritirava una denuncia o non otteneva almeno un quinto dei voti da parte della giuria popolare veniva condannato ad un’ammenda di mille dracme e perdeva il diritto a presentare altre accuse dello stesso genere.

Se, invece, l’imputato era riconosciuto colpevole, la pena veniva ricontrattata: accusa e difesa si esprimevano sull’entità della pena (che poteva essere capitale o pecunaria, non detentiva. Era relegato in carcere solo chi non poteva permettersi il riscatto), in base alla compassione suscitata dall’imputato.

Per questo, donne in lacrime e bimbi in cenci popolavano l’ultima parte del processo, come oggi le trasmissioni di facile sensazionalismo imbastardiscono la televisione italiana.