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San Giuseppe imprenditore

Come nasce la leggenda della povertà di Gesù.

Leggendo il bel libro di Vittorio Messori e Leonardo Mondadori, Conversione, gradevole anche per chi, come me, non nutre particolari interessi religiosi, sono rimasta colpita dalle affermazioni, teologicamente fondate, che smentiscono la presunta povertà di Gesù.

Nella versione greca della Bibbia, ho controllato, San Giuseppe è definito tecton, termine greco che non significa esattamente falegname, come vorrebbe certa iconografia cattolica.

Il tekein, infatti, indica l’abilità manuale, che, nel mondo classico, era considerata arte tout court e che garantiva agli esperti un buon tenore di vita. Con qualche forzatura, il technikos si identifica più con il nostrano imprenditore che con un povero lavoratore di legno.

A conferma di questa disanima linguistica, giunge una testimonianza di san Giustino martire, che vuole san Giuseppe titolare di una ditta per la costruzione di aratri in legno e gioghi per i buoi operativa per tutta la Galilea.

Del resto, Giuseppe e Maria a Bethlem non potettero usufruire di un albergo per l’anomala affluenza di cittadini interessati al censimento voluto da Augusto e non per effettiva indisponibilità di denaro.

Maria accettò volentieri l’incenso, la mirra e soprattutto l’oro offerti dai re Magi, senza mostrare alcun disprezzo per la ricchezza; anzi, le frequentazioni della famiglia dovettero essere di livello se il dodicenne Gesù si trovò ad operare il suo primo miracolo durante i sontuosi sponsali di Canah.

Le condizioni economiche non dovettero subire un tracollo, se i soldati che crocifissero il Messia giocarono a dadi il possesso della sua tunica espressamente definita pregevole.

Se la lettura del Vangelo non giustifica l’interpretazione pauperistica della vita terrena di Dio, come si è diffusa questa leggenda? Molto hanno influito sicuramente il rituale presepistico, che sclerotizza l’immagine del Bambinello nella mangiatoia eclissandone le cause, e la mariologia, che offusca l’immagine del padre putativo per illuminare la sola figura della Madonna.

Pasquale Festa Campanile, in Per amore, solo per amore, tenterà una rivisitazione della storia. Prima ancora il dissacrante Giuseppe Gioacchino Belli aveva dedicato al santo evento questo irriverente sonetto:

LO SPOSALIZZIO DE LA MADONNA

La santissima Vergin’Annunziata,
Inteso c’averebbe partorito,
Se diede moto de pijjà mmarito
Pe ffà ar meno quer fijjo maritata.
E nun stiede a bbadà ttanto ar partito,
Perché ggià la panzetta era gonfiata:
Ma a la prima occasione capitata
Stese la mano, e ffu ttutto finito.
Su cquesto viè a cciarlà la ggente ssciocca.
Disce: “Poteva ar meno sposà cquello
Che nun fascessi bbava da la bbocca.”
Nun dicheno, però cch’er vecchiarello
Accant’a cquer pezzetto de pasciocca
J’arifiorì la punta ar bastoncello.