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In questo mondo di ladri

Difficile educare all’onestà

Il fenomeno più negativo da imputare alla corruzione governativa è, a mio avviso, l’assuefazione alla disonestà.

E’ vero, certo, che già Manzoni, nell’ode In morte di Carlo Imbonati, si lamentava di vivere in un mondo

dove il pensier dalla parola è sempre
altro, e virtù per ogni labbro ad alta
voce lodata, ma nei cor derisa;
dov’è spento il pudor; dove sagace
usura è fatto il beneficio, e brutta
lussuria amor; dove sol reo si stima
chi non compie il delitto; ove il delitto
turpe non è, se fortunato;
dove
sempre in alto i ribaldi, e i buoni in fondo?

Se confronto però l’alto senso dell’onore e della dignità personale di nonni e genitori con il nostro cinismo, mi accorgo che le sentenze inascoltate, gli scandali giudiziari, i condoni, le sanatorie, la mediocrità imperante hanno traviato la moralità pubblica intorpidendo le coscienze e abbassando rasoterra gli standard etici.

La prima Repubblica ha reso tutti un po’ ladri saturando gli uffici pubblici per assumere orde di raccomandati resi forti dai propri agganci, dispensando pensioni di invalidità a chiunque ne facesse richiesta, legalizzando le assenze strategiche dal lavoro, abituandoci a scaricare oneri e responsabilità agli altri e a reclamare per noi gli onori.

Ciascuno, nel suo piccolo, ruba quando si collega ad Internet in orario di servizio, quando fotocopia interi libri e lede così i diritti d’autore, quando timbra il cartellino e poi riesce a fare colazione e in mille altri piccoli, usuali gesti della vita quotidiana.

Ci hanno educato così.

Gioverebbe però rileggerci ogni tanto questa favola di Esopo, che ha per protagonisti gli animali più restii alla onestà: gli uomini.

Un ragazzo, avendo rubato a scuola il quaderno di un compagno, lo mostrò alla madre. E siccome quella non solo non lo rimproverò, ma lo lodò molto, il giorno dopo, rubato un mantello, glielo portò. E dato che questa lo osannava ancor più, proseguendo negli anni, quando divenne un giovanotto, gioiva nel rubare cose ancora più importanti.

Ma una volta, colto sul fatto ed imprigionato, era condotto al carnefice. E siccome la mamma lo seguiva e si batteva il petto, il ragazzo disse che voleva parlarle all’orecchio e dopo che quella subito gli si avvicinò, azzannatole un orecchio, lo strappò con un morso.

Poiché lei lo accusò di irriconoscenza, dato che non contento di ciò che aveva fatto danneggià anche la madre, il ragazzo le disse di rimando:” Ma quando, dopo averlo rubato, ti portai il quaderno, se ti mi avessi picchiato, non sarei giunto al punto da essere condotto a morte” La storia dimostra che ciò che non è represso dall’inizio, crescerà sempre più.