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Groviglio di vipere

Un capolavoro del premio Nobel 1952, Francois Mauriac

 

Quasi nulla, nel panorama editoriale nostrano, rimanda a Francois Mauriac, la cui fortuna, in Italia, è rifulsa e si estinta negli anni Cinquanta, a ridosso del prestigioso riconoscimento di cui è stato insignito a Stoccolma nel 1952.

Era il periodo d’oro del romanzo: il pubblico, stremato dalla guerra e fiducioso nella prosperità futura, da ogni libro cercava di capire se stesso e il mondo che, immutabile per tanti secoli, si trasformava ora vorticosamente.

In Groviglio di vipere, fuori catalogo, Mauriac mostra gli esiti esiziali del denaro sui rapporti umani, sulla fiducia e sull’affetto disinteressato. Luigi, il protagonista, è un vecchio avaro, secondo un topos vecchio di millenni, vivificato però dalla assoluta tragicità della sua anima, offerta al lettore in una lunga lettera aperta, che occupa quasi per intero il romanzo.

Il denaro lo ossessiona perché è l’unico strumento con cui crede di poter ottenere il rispetto, se non l’amore dei figli, quando proprio l’ avidità e l’ ossessione per il lavoro lo hanno portato ad essere uno straniero, terribile, a volte anche orribile, per la sua famiglia.

Grava su di lui l’ineluttabilità del suo carattere: appartiene alla categoria di coloro la cui presenza fa fallire ogni cosa, smorzando ogni entusiasmo, raggelando ogni umano calore. Conscio di ciò, per paura di spiacere naturalmente, si affrettava a spiacere appositamente.

Da buon misantropo, si crede acuto nell’individuare le meschinità sottese al comportamento di tutti. Dice bene Uberto, il figlio, quando si rammarica che il padre non ha mai amato nulla se non contro qualcuno.

La sorte si befferà di lui, stroncandolo con un infarto proprio quando sta per comprendere i propri errori, aprendosi a quella religione di cui, in vita, per provocare la tranquilla fede della moglie, era sempre stato irriducibile detrattore e smantellando dai suoi ricordi avvelenati gli odiosi particolari che avevano puntellato il suo pluriennale rancore.

Ci lascia con una domanda retorica e con una sagace osservazione: è possibile che noi facciamo per abitudine la scelta delle parole e dei gesti da ricordare, trattenendo solo quelli che alimentano i nostri dolori e confermano il nostro rancore? Tendenza fatale a semplificare gli altri, eliminazione di tutti quei gesti che mitigherebbero la pena e renderebbero più benigna la caricatura che abbisogna al nostro odio per la sua giustificazione.