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La cattiveria ha sede nel fegato

La conferma di Prometeo

Perché l’avvoltoio di Zeus ha infierito così crudelmente sul fegato di Prometeo?

La leggenda, raccontata da Esiodo e ripresa poi, con toni tragici, da Eschilo e da Luciano, con sofistica iconoclastia, è nota a molti: un giorno, a Sicione, nacque una discussione su quali parti dell’animale sacrificato agli dei fossero di pertinenza divina e quali potessero essere mangiate dagli uomini.

Prometeo, che voleva agevolare gli uomini, sezionò il toro offerto in sacrificio e compattò i bocconi più delicati dentro la sacca dello stomaco, lasciando la carcassa ben coperta dalla pelle dell’animale. Quando Zeus fu chiamato a scegliere, pregustando le carni tenere che, anatomicamente, si trovano sotto pelle, snobbò lo stomaco e si ritrovò con un pungo di ossa.

Subodorando l’inganno, volle vendicarsi, privando gli uomini del fuoco. “Che mangino cruda la loro carne, ottenuta con l’inganno” borbottava tra sé e sé.

Prometeo, che si sentiva responsabile della punizione, ottenne da Atena (alla cui nascita dalla testa di Zeus aveva personalmente assistito e da cui era stato erudito sull’intero scibile) di entrare di nascosto nell’Olimpo. Lì, rubata una torcia al carro del Sole e postala, per mimetizzarla, entro il cavo di un gigantesco gambo di finocchio, ne fece dono agli umani.

Ecco perché il gigante buono, simbolo della hybris, fu incatenato sul Caucaso secondo le dinamiche così ben raccontate da Esiodo

L’iconografia romantica eleggerà Prometeo eroe della resistenza umana agli arbitri del destino, titanico e volitivo rappresentante del potere umano; per i Greci, egli non era un eroe, perché la tracotanza e l’empietà di cui aveva dato prova opponendosi al volere divino squalificavano ogni suo gesto.

La sua punizione è eziologicamente fondata: il fegato, luogo della cattiva digestione, sa tormentare l’uomo fino a cancellare in lui qualunque virtù umana. Quando la nausea sovrasta, quando l’intestino, infiammato, non ottiene pietà e il cibo impone una sonnolenza malata (non a caso, il tormento si acuiva la notte), non si può pensare ad altro che al proprio bruciante dolore.