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Renzo non è Fermo

IL promesso sposo ribattezzato

Renzo è un personaggio odeporico: fotografato sempre nell’atto di camminare, egli svela i suoi turbamenti in un andirivieni senza sosta: dalla canonica all’orto, dalla propria casa a quella di Lucia, dall’Azzeccagarbugli alla piazza, fino a Milano, all’Adda, in territorio veneziano e poi di nuovo al lazzaretto.

La sua fede approssimativa, vacillante di fronte agli impulsi violenti propri di un giovane del Seicento, si rinforza nella continua ricerca, anche fisica, di nuove mete.

Per questo, Manzoni gli aveva attribuito il nome antifrastico di Fermo, secondo uno schema assai usato, dai bravi (pravi, cattivi, secondo un latinismo che, nell’excursus etimologico ha cambiato segno semantico) a Perpetua (che porta, lei zitella, il nome della santa protrettrice dei matrimoni).

Ma Fermo è un nome troppo marcatamente lombardo, troppo stridente con il resto del romanzo dopo la fiorentinizzazione della lingua: Manzoni deve cercare un nuovo appellativo per il suo personaggio.

Da Fermo a Renzo il passo è breve: il significante non viene stravolto, perché si rispetta lo stesso ordine fonico (consonante, vocale, doppia consonante, vocale) e la nasale e la liquida, benchè invertite, sopravvivono nel cambio.

Per di più, con un nome apocopato (come si sottolinea già nel secondo capitolo, quando Lorenzo, o, come dicevan tutti, Renzo fa la sua comparsa) Manzoni mima il vezzo popolare di accorciare e stravolgere i nomi.

Renzo e Tonio rappresentano così, anche linguisticamente, il mondo umile e vero, opposto alla vacua magniloquenza dei notabili (pre)potenti, ai Rodrigo, ai Ferrante, alle Gertrude e alle Prassede che infestano il romanzo, la storia e la vita.