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Amor di donna, passione di uomo

Odisseo e Penelope interpretano due diversi modi di concepire l’amore

Odisseo, l’eroe dalle mille risorse, l’avventuriero senza macchia né paura, il nomade per eccellenza.

Penelope, la donna che aspetta, la fedele compagna sognata da ogni uomo.

Nel rapportarsi con l’altro sesso, la più scaltra è lei.

Odisseo subisce le attenzioni di Circe, di Calipso, di Nausicaa stessa, è burattino inanimato nelle braccia delle sue donne, che lo lasciano libero solo quando si stancano del suo disamore, del suo silenzio, del suo poco entusiasmo.

Del resto, dal mondo greco ad oggi, l’amore è prerogativa femminile: la donna, privata di un suo ruolo sociale, si fa parte attiva, demiurga quasi, della sua sola sfera affettiva.

Penelope, non meno ambita, non meno desiderata, mantiene vivo l’interesse dei proci senza mai soddisfarlo e congegna, con la famosa tela, un sofisticato meccanismo di differimento che la svela donna sagace e attenta.

Con la sola forza del pensiero, con la sola ostinazione dell’amore, ha compiuto un viaggio interiore, popolato di sogni e fantasie, da cui ha appreso la vita molto meglio del suo inquieto marito.

Odisseo, invece, per utilizzare le parole di Iaia Caputo, sembra restare uguale a se stesso in quel percorso circolare che da Itaca lo riporta ad Itaca: combatte e naufraga, sventa maledizioni e compiace gli dei seminando progenie lungo le coste greche senza che niente lo cambi. Vive senza crescere, in un moimento continuo come in un’eterna infanzia di sogno. Solo inizio e fine. Lasciata la terra dov’è nato, vi torna infine per morire. Per ricongiungersi al principio: il ventre accogliente di una donna.