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Lettera da una insegnante

Lettera aperta a Vittorino Andreoli

 

Caro dottor Andreoli,

ho tempestivamente acquistato e appassionatamente letto il Suo Lettera a un insegnante.

La Sua esposizione garbata ed edificante trasmette coraggio e aiuta a penetrare a fondo nelle problematiche adolescenziali. Con un’immagine truce, ma di grande effetto, Lei ci presenta i nostri studenti nell’atto di seppellire il bambino morto in loro e di elaborarne in lutto, rifiutando le certezze che li avevano sostenuti nell’infanzia.

Individua nel ritmo sfrenato della società e soprattutto nell’immediatezza dei mezzi di comunicazione da loro usati (sms ed email) il peccato originale che macchia la loro capacità di riflettere sugli eventi.

Smaschera le motivazioni che animano alcuni atteggiamenti degli insegnanti: io che ambivo, non so con quali risultati, ad essere una insegnante mito, ho capito, grazie a Lei, che un impatto troppo incisivo è anche effimero e che il narcisismo, che spesso anima le migliori lezioni, getta fumo negli occhi degli alunni, che scambieranno la forma enfatica e accattivante con la sostanza.

Naturalmente, esistono alcune divergenze tra il Suo punto di vista ed il mio. Per la Sua professione, Lei ha avuto contatti soprattutto con ragazzi “rotti” (come Lei li definisce) che hanno trovato in una punizione, sia pure estrema come una bocciatura, la mannaia che ha reciso la loro felicità. Per questo, ci invita a non respingere, con espressioni ricche di pathos: Alle pareti di ogni istituto e forse anche su quelle della tua classe si dovrebbe attaccare qualche croce perché lì è morto uno che veniva semplicemente per essere compreso e per imparare a vivere.

Come ogni insegnante, a giugno “uccido” anche io. Sono morti annunciate, fallimenti della scuola, della famiglia, ma anche di quei ragazzi, tetragoni a qualunque tentativo di recupero. L’anno successivo, però, quegli stess ragazzi tornano resuscitati: c’è in loro più voglia, più decisione, più interesse. Penso che la vera sofferenza sia restare in una classe della quale si stenta a seguire il ritmo, ascoltare lezioni ormai incomprensibili e compromettere la propria autostima ad ogni interrogazione fallimentare, quando mancano le basi per il successo.

Ancora, Lei si batte per l’equiparazione delle materie e sostiene che la troppa ingerenza di quelle di indirizzo possa causare frustrazioni al ragazzo che in queste non sortisce risultati lusinghieri.

Sul principio che tutte le scienze abbiano lo stesso fondamento epistemologico e la medesima dignità mi trova perfettamente d’accordo. A quindici anni, però, la scuola dovrebbe lasciare spazio alle materie “propedeutiche”: se io non padroneggio l’italiano, se ho problemi in matematica, se non riesco a costruire una frase in latino e greco, come potrò comprendere a pieno le bellezze della chimica, dell’architettura, della geografia? Se invece noi sapremo introdurre alla logica e alla creatività i nostri alunni, essi, da soli, all’università come nella vita, sapranno calare quelle capacità in tutti gli ambiti dello scibile.

Il latino e il greco soprattutto, che richiedono al contempo doti logiche ed espositive, saranno il passepartout della cultura.

Da “innamorata” delle mie materie, penso che i contenuti siano ancora parte integrante del lavoro di un insegnante, che deve sì capire, sì armonizzare, sì educare, ma tramite il proprio esempio vivo, la propria passione, le proprie parole. E siccome la cultura è passione e la passione è etimologicamente legata alla sofferenza, ben vengano i compiti a casa, che Lei definisce “una violenza, un intervento assurdo, che pesa non sull’allievo, ma su tutta la famiglia e che promuove in casa un clima di patologia delle relazioni”, e che Lei vede come manifestazioni di “una scuola delirante che richiede una totale dedizione..e che finisce per disamorare, si fa viatico per odiarla, per potersene allontanare il più presto possibile”.

Credo che, senza quei pomeriggi giovanili passati sui libri di scuola, Lei non sarebbe oggi Vittorino Andreoli.