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Noi, Icari del Duemila

La tecnologia dai Greci a noi

Papiri e pergamene ci dimostrano lo stupefacente livello di conoscenza ingegneristica degli antichi.

Molte macchine furono ipotizzate a partire dalle leggi matematiche, dalla geometria, dalla fisica classiche e il loro studio infervorò gli ambienti alessandrini come e più della letteratura e della storia.

Eppure, i Greci non cercarono mai un’evoluzione pratica per le loro invenzioni, accontendandosi di sperimentare, programmare e scoprire per amor di sapere, per pura sfida intellettuale.

Ci si chiede spesso come mai non capirono quali conseguenze pratiche potessero derivare dai loro studi. Ora, a mio avviso, i Greci erano consapevoli che le scienze applicate avrebbero potuto modificare la qualità della loro vita ed infatti seppero erigere templi, foggiare statue, inventare sistemi di comunicazione quando lo richiese il loro senso della sacralità.

Non vollero, però, travalicare i confini della sfera religiosa e porre le macchine al centro della loro esistenza. In parte, non ne ebbero bisogno, dato che il lavoro duro, quello che affina l’ingegno ed invita all’esonero tecnologico, fu affidato agli schiavi (le cui condizioni di vita, però, non furono mai disumane, se si eccettuano gli sfortunati minatori del Laurio).

In maniera più certa, non vollero sovvertire le leggi naturali violando il normale ciclo degli eventi: troppi miti ammonivano l’uomo a non macchiarsi di hybris, a non sfidare gli dei; il loro immaginario pullulava di Icaro, di Prometeo, di Sisifo e dei tanti mortali che pagarono con la vita il loro tentativo di disumanizzazione.

Con la rivoluzione industriale, è caduto un tabù e si è aperta una corsa all’aggiornamento tecnologico e al miglioramente costante delle umane condizioni. Da qualche decennio, però, la riflessione filosofica è volta a scandagliare se davvero ne sia valsa la pena, se la vita, nel suo complesso, sia oggi più lieve che nel passato.

In un irriverente pamphlet, che, seppur di recente ripubblicato, ha venti anni di vita, La Ragione aveva torto?, Massimo Fini si dice certo che nel passato l’uomo abbia conosciuto maggiore armonia e dignità.

Oggi, invece, sostiene il polemista, portando alle estreme conseguenze il principio dell’agire seguendo la linea di “minor resistenza”, spianandogli la strada, riducendo al minimo la fatica, il dolore, il bisogno materiale, che sono stati sempre i duri strumenti della pedagogia umana, la tecnologia non fa che indebolire progressivamente l’uomo nella misura in cui rafforza se stessa. Quest’uomo rimpicciolito vive ormai grazie ad un’appendice, una mostruosa protesi, enormemente più grande di lui e di cui non può più fare a meno: la macchina. E’ un minuscolo ragno al centro di un’immensa ragnatela che si tesse ormai da sola e di cui il vero e unico prigioniero è lui.

L’affermazione è chiaramente provocatoria, eppure, tra l’Ateniese di allora, che sopportò il freddo e la fame per non violentare i cicli della natura, e l’uomo Occidentale odierno, che usa oggetti che non sa costruire e ripete espressioni che non sa pensare, dovrebbe esistere un giusto mezzo che ci permetta di fruire delle macchine senza farcene schiavi.