
“Mo li freghi, quelli di Mondadori”, gongolava il mio libraio rivolgendosi al nutrito gruppo di lettori che aspettava, o direi quasi preparava l’imboscata al corriere che avrebbe recapitato l’ultimo, pubblicizzatissimo libro di Andrea Camilleri.
La pensione Eva è uscito il 17 gennaio, in periodo di riflusso dopo i folli acquisti natalizi, e non poteva essere diversamente, pena il convoglio su questo solo titolo delle mire di chi, per Natale, regala libri.
Camilleri, dopo un periodo opaco, torna a rifulgere: nella Pensione Eva si respira quell’aria maliziosa e irriverente che ha ammaliato nei suoi primi libri. Il romanzo è breve e divertente, e si bea di una felicità di immagini e di situazioni, di un gusto pirandelliano per gli equivoci e gli scambi di persona, di un amore dichiaramtamente proustiano per il mondo dellla prostituzione depurato da tutte le tare sociologiche che lo appesantiscono oggi.
Nenè Cammarere, che non a caso eredita il nomignolo del giovane Camilleri e un cognome di molto assonante con quello del suo autore, è un bambino prima, un giovane poi che riesce a vivere, ad amare, a gioire pur nel tormentato scenario dei bombardamenti durante la seconda guerra mondiale.
Il processo di straniamento, l’allontanamento da troppo frequentati luoghi comuni sono tali che, del conflitto, si respira l’atteggiamento incredulo e a tratti gioioso di una popolazione che, nonostante le limitazioni imposte dalle circostanze, sa ancora ridere ed amare.
Il protagonista, con vitalismo e con sensualità, permette anche al lettore di riscoprire piaceri appannati dall’uso. Sentite, per esempio, quali emozioni attraversano il giovane Nenè quando legge: “Dintra alle pagine di un romanzo, a un certo momento si perdeva come tra gli àrbori di un bosco, la testa gli partiva per un altro verso, se la sentiva a un tempo leggera come un palloncino e pesante come una petra, allura nel mezzo di una liggiuta doveva fermarsi pirchì i righi diventavano tutti torti e intrecciati e l’occhi s’annigavano a taliare ‘u niente pirchì quello che stava liggendo gli procurava una specie di dibulizza, un languore dintra a tutto il corpo che lo sturdiva come un sciauro (un profumo) fortissimo, sì, era una specie di sturdimento da ubriaco, piacevole e doluroso al tempo stesso”.

Benedetta Colella








